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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #231
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    HONOLULU (AWAII, USA).
    - Alzi la mano chi nella sua vita, al solo sentire nominare i magici nomi di "Hawaii" e Honolulu, non ha immediatamente dato libero corso alla propria fantasia. Io non potrei
    mai farlo; fin da ragazzo questi nomi hanno galvanizzato ogni mia più scatenata fantasia.
    Bene, oggi questo mio immaginario fantasioso trova il suo appagamento. Stiamo entrando
    nel porto di Honolulu, la Capitale dell'arcipelago delle Hawaii che si trova nell'isola di Ouaho, una delle cinque maggiori, sintesi e tormentone dei desideri di almeno mezzo mondo amante dei viaggi e delle avventure.
    L'impatto con l'imboccatura del porto è abbastanza deludente. Un bel colpo alle mie aspettative. Un altro colpo me lo dà il "waterfont", il fronte del porto. Mentre la nostra nave
    compie tutti i suoi rituali per l'attracco, mi si parano dinnanzi, in numero esagerato, enormi
    ed imponenti grattacieli che, sia pure ben armonizzati fra loro, fanno scempio del mio sogno hawaiiano.
    La discesa a terra, complicata come dappertutto negli Stati Uniti, causa le scrupolose e severe procedure per l'immigrazione, non migliora di una virgola la prima impressione: mi viene naturale di pensare: "ecco pronta la fregatura" !
    Per fortuna scopriremo in seguito che non è cosi'. Ci sono, è vero, grandi grattacieli; strade larghissime e poco trafficate; pochissima gente a piedi; assenza o quasi di esercizi commerciali; spazi pubblici e giardini enormi. Accidenti, sembra quasi di essere tornati a Los Angeles. Ma qui almeno ci accolgono, appena scesi a terra, graziose ragazze in gonnella di rafia, con collane di fiori al collo e sulla testa e con i loro smaglianti sorrisi da pubblicità di dentifricio.
    Il loro primo saluto: "Aloha", pronunciato con una vistosa aspirazione sulla "h" e con l'agitazione rapidissima della mano a pugno chiuso e dita estreme aperte, molto simili, a
    prima vista alle nostrane "corna", ci fa capire che, almeno dal punto di vista dell'accoglienza, qui le cose sono un po' diverse. Infatti appare subito evidente che per i
    locali il turista è il bene più importante e che loro intendono difenderlo e tutelarlo come
    merita.
    Il problema è che per poterlo tutelare e difendere è anche importante "canalizzarlo",
    il che vuol dire "organizzare e gestire" la complessa macchina turistica senza perderne
    o disperderne neppure una briciola. Una filosofia sicuramente vincente. Lo si intuisce dal
    gran numero di veicoli pubblici destinati al visitatore. In particolare abbondano gli autobus
    scoperti, peraltro esistenti in quasi tutto il mondo, Italia compresa. Altri simpatici autobus li hanno travestiti da tram in stile S.Francisco. Non mancano i taxi dalle tariffe abbastanza abbordabili e non possiamo passare sotto silenzio i normali bus urbani dal costo onestissimo. Con 2,50 US dollari si va da un capo all'altro della città che ha uno sviluppo vastissimo, soprattutto in senso parallelo all'oceano; dalla rinomata ed affollatissima spiaggia di "Waikiki" alla storica baia di "Pearl Harbor", una distanza di oltre 60 chilometri. Niente male per un' isola in cui pensavo avrei trovato solo capanne con il tetto di foglie di palma e primitive piroghe spinte a braccia da pagaie o poco più.
    Dicevamo del turismo. In effetti, come ci viene spiegato dalle nostre guide e dai conferenzieri di bordo, tutta l'economia della Hawaii è impostata sul turismo e, solo marginalmente sull'industria bellica. Che un tempo tempo invece era fondamentale.
    Infatti, con l'evoluzione della tecnologia in tutti i campi, compreso quello militare. Oggi non servono più le grandi basi della seconda guerra mondiale; anche perchè si è visto quanto siano vulnerabili. Rimane però, sempre più ridotta, l'importanza strategica di questo arcipelago, collocato come una piattaforma logisticin mezzo al Pacifico.
    Tornando alla nostra cronaca, dopo un infruttuoso giro a piedi per prendere contatto ed
    orientarci in questa estesa realtà urbana, decidiamo di prendere uno dei tanti bus della "Polinesian adventure", una delle tante organizzazioni acchiappatruristi che ad Honolulu
    sono, come già detto, numerose e bene organizzate. L'impatto è gradevole, la qualità del
    servizio anche. Sembra di essere in un moderno aeroporto dove cortesissime "hostess" ti
    prendono in carico per farti sentire a tuo agio. Tutto il personale è in uniforme con un vistoso gilet rosso; molto aggraziato. Per la modesta somma di 29,9 dollari ti vendono
    un biglietto circolare dalla validita' di 24 ore. Con questo il turista può salire e scendere a piacimento in una qualsiasi fermata; vedere ciò che gli interessa o fare shopping, per poi risalire su un altro bus dello stesso circuito e cosi' via per 24 ore.
    Inoltre e' giusto riferire che qui tutte le fermate turistiche sono collocate al coperto; qualche volta in piano sotterraneo, non esposte ai disagi del traffico ordinario. A me sembra una trovata geniale. Lo sprovveduto turista non rischia di essere travolto dal traffico ordinario.
    Ah, quasi dimenticavo: ci sono anche numerosi "shuttle" ossia navette gratuite che però
    ti portano in luoghi ben precisi, spiagge, centri commerciali, alberghi e centri benessere, con l'evidente scopo di vendergli beni o servizi. L'imbarazzo è solo nella scelta.
    Il nostro bus invece, rigorosamente scoperto, come da tradizione turistica, ci scorazza
    per tutta la mattinata e, con le cuffiette auricolari, comprese nel prezzo del biglietto, ma rigorosamente in inglese, spagnolo, giapponese e coreano, ti spiegano ad ogni fermata tutto quanto ti può interessare. Un po' come a Roma con il Colosseo ed i Fori imperiali. Che però qui sono sostituiti da palme, alberi ad ombrello grandi come case, grattacieli, viadotti, svincoli, semafori, giardini immensi tenuti da dio. Il tutto direi ben armonizzato: anzi proprio gradevole.
    Una nota di colore: ci imbattiamo anche in una "scuola" di netturbini-giardinieri. Un'assoluta novità, almeno per me. Tutti gli allievi sono dotati del necessario: divisa con
    gilet giallo (come da noi), guanti, attrezzi vari in bella vista e l'immancabile carrello con
    bidone per riporvi l'immondizia, il fogliame eccetera. Davanti a loro un istruttore, anche
    lui in divisa, impartisce ordini, dà istruzioni, spiegazioni. Tutto come a scuola,insomma, proprio ... come da noi, specialmente a Napoli e dintorni.
    Riprendiamo un altro bus del nostro circuito per una nuova avventura cittadina. E qui una
    sorpresa: il bigliettaio-hostess al maschile, è il sosia perfetto di Brade Pitt. Persino più
    bello. Biondo, occhi azzurrissimi, capelli al vento ed un sorriso "durbans" che fa impennare
    la carica ormonale delle femmine presenti a bordo del bus, dai 13 ai 90 anni; non esagero.
    Appena lo intervisto per fargli notare la suddetta incredibile somiglianza, lui scoppia in una sonora risata e tenta simpaticamente di schernirsi. Tutto inutile, si è già scatenato l'inferno. La fauna femminile presente sul pullman che in precedenza si limitava a mangiarlo con gli
    occhi, incoraggiata dalla mia battuta, entra in frenesia ormonale irrefrenabile. Tutte a farsi
    fotografare con lui, imbarazzato e divertito, Non escludo affatto che nel trambusto, durato
    il tragitto fra due fermate, ci sia stato nei suoi riguardi anche qualche "palpamento". In fondo che male c'è; succede anche ai concerti rock ed alle feste di nubilato. Non è forse vero ???
    Vabbè, fra fra una girata e l'altra e qualche picco ormonale di troppo, passa l'intera
    mattinata. Nel pomeriggio ci aspetta un'avventura molto intrigante: la visita ad un villaggio
    polinesiano con spettacoli, attrazioni, cena hawaiiana e chissà quali altre delizie.
    Infatti, quando scendiamo dal bus che ci trasporta in questo magico luogo per...turisti, ci
    assale un vago dubbio. E se fosse come a "Gardaland"? le premesse ci sono tutte.
    La mia naturale prevenzione contro le "fregature da turismo di massa", subisce però una
    prima smentita. Forse non è poi del tutto cosi'; intravvedo qualche spiraglio di autenticità.
    In primo luogo nella vegetazione. Quella si' autentica, curatissima, per nulla sgradevole,
    sapientemente disposta da qualche super architetto del verde. Canali, canalini, laghetti,
    persino cascatelle d'acqua; quelle si' false come Giuda, ed irritanti al solo vederle perchè
    si intuisce lo scopo scenografico manipolatorio e questo mi irrita parecchio.
    L'irritazione passa presto: Ci accompagnano nella visita semiguidata delle graziose ed abbbronzate "wahiine'". A proposito di questo appellativo che in me ha sempre evocato leggendarie, eteree figure danzanti con mosse inequivocabilemte sexy. Bene ho scoperto
    in quel luogo incantato che vuol dire solamente "donna" e sapete come l'ho scoperto ???
    Nel modo più prosaico e deludente: sulla porta di un bagno per signore dove all'inglese
    "woman" era associato l'hawaiano "wahiine'". Confesso che mi sono cadute le braccia.
    Mai più avrei pensato ad una simile banalità.
    Prosegue la nostra visita guidata. Ci fanno accomodare ai bordi di un laghetto che unisce
    alcuni dei canali del villaggio. Inizia lo spettacolo pomeridiano. Da un ponte sul fondo del
    laghetto spuntano piroghe ed altre imbarcazioni a due scafi appaiati con tanto di piattaforme sulle quali figure di nativi, maschi e femmine, danzano con ritmi e movenze
    che evocano paradisi ormai tragicamente perduti.
    Mi colpisce un'altro particolare. Ogni imbarcazione che sfila di fronte a noi reca a prora
    un cartello distintivo della provenienza: "Hawaii", "Tahiti", "Samoa", "Fiji"; persino i Maori della Nuova Zelanda. Tutte terre che appartengono si' all'Oceano Pacifico, ma sono separate fra loro da distanze abissali. Cosa può essere successo che le vediamo raffigurate ora, una dopo l'altra tutte qui ad Honolulu ?
    Che si siano consorziate a beneficio dei turisti in modo che vista una di queste terre è
    come averle viste tutte. Sarebbe In fondo un bel risparmio, non vi pare ???
    A parte queste considerazioni che mi distraggono per un momento, lo spettacolo si riprende la mia attenzione. Danze, rulli di tamburi, combattimenti simulati, grida gutturali, battimento di petti possenti, di anche femminili ondeggianti. Una babele turistico-culturale che ci impegna per tutto il pomeriggio.
    A seguire: visita alle capanne, ricostruite secondo le esigenze e usanze locali, disseminate lungo il percorso. Spiegazione della cultura e del folklore locale; le solite graziose wahynè seminude o, se volete, semivestite che vi si appiccicano addosso per farsi fotografare con voi. Tanto, prima di lasciare il villaggio, il servizio fotografico sarà pronto.
    Dappertutto negozi e chioschi di souvenir; proprio dovunque all'infuori delle "toilettes"; si vende di tutto e di più, dalla collana di "ibiscus" coloratissimi e freschi alla targhetta con il vostro nome inciso, alle sculture in legno rappresentanti tartarughe, pesci, conchiglie, figure umane, gioielli veri e di bijotteria. Uno dei più grandi bazar da me mai visti. Roba da fare invidia a Marrakesh o ad Istambul L'unico articolo che verrebbe davvero voglia di comprare, purtroppo non è in vendita, almeno non qui all'aperto. Peccato, vedremo in serata, se non sopraggiunge l'abbiocco.
    A proposito di serata, le nostre guide ci radunano in gruppi come le bibliche pecorelle e
    ci conducono in un immenso padiglione-tettoia dal tetto di foglie di palma. Qui consumiamo al buffet un buon pasto hawaiiano dove il pollo la fa da padrone.
    Io però adocchio un piatto di sushi di tonno rosso, molto attraente e mi fiondo su questo.
    Devo riconoscere che è molto ben fatto, ma c'è una spiegazione. I giapponesi, dopo aver
    attaccato e semidistrutto Honolulu con la loro bravata del 7 Dicembre1941, hanno pensato bene di venire a ricolonizzarla dopo la guerra, non so con che faccia, ma con un gran risultato, infatti hanno portato anche il "sushi". Battute a parte, bisogna dire che apparentemente ci sono riusciti. Infatti più di metà. degli esercizi commerciali esistenti in loco, appartengono a giapponesi; in particolare tutto ciò che riguarda autoveicoli e mezzi di trasporto proviene quasi tutto dal "sol levante".
    Ma a questo punto viene spontanea una domanda: ma non potevano pensarci prima ed evitare di scatenare quel popò di casino di Pearl Harbor ? Mah, valli a capire questi giapponesi. Sempre sorridenti come la Merkel e Sarkosy ai giorni nostri, e come loro anche sempre pronti a mettertelo....
    Andiamo avanti: subito dopo la cena, appena il tempo di farsi circondare di nuovo dalle belle hawaiane in gonnella di rafia; quelle stesse che prima si erano fatte fotografare con i turisti ed ora vengono a prenderli, ammiccanti e sorridenti, allo scopo di vender loro le foto a prezzi da brivido. Chi se la sente di non portare a casa una foto con una wahinè?Appena superata la strettoia creata ad arte per incanalare il flusso attraverso il negozio fotografico all'aperto ed appagare a caro prezzo il narcisismo dei più, eccoci scodellati a teatro. Si, perchè la nostra escursione, della durata di 10 ore, come già detto, prevede anche uno spettacolo teatrale
    Il "teatro" è fatto ad anfiteatro. Mi scuso per il bisticcio di parole. Capacità sicuramente oltre mille persone da far accomodare su ampie gradinate, tutte con posti rigorosamente numerati. Per fortuna, altrimenti potrebbe succedere un macello.
    Lo spettacolo, gradevole devo dire, si articola su una vicenda locale semplice e complessa da capire; ancor più da raccontare. Ci provo, riassumendo:
    C'era una volta una principessa hawaiana di alto rango forse figlia del Re locale, ma non
    importa. La poverina ama, riamata, un "piacione" dalla muscolatura potente, ma senza il becco di...una noce di cocco, oppure di una capra da mungere; vatti a sapere.
    Amore contrastato dal padre-re o principe, comunque stronzo, che riempie di botte il pretendente che, nel frattempo, gli aveva messo incinta la figlia. Poi altre botte, duelli con lance, bastoni, spintoni, linguacce ed altri ingredienti che localmente esprimono potenza e "pathos". Frattanto la ragazza partorisce un bel maschietto. Il padre-re s'intenerisce e si arrende; interessante vero ?
    Poi arrivano i cattivi invasori dalle isole vicine, Ne fanno di cotte e di crude, ma alla fine il giovane eroe, già disdegnato dal suocero-re, prende in mano la situazione,organizza una resistenza con i fiocchi. Ai nemici gli fa un c...., cosi', e li scaccia dall'isola. Ma nel frattempo anche suo figlio, quello della colpa, cresce e diventa guerriero, senza peraltro dimenticare di....riprodursi, ingravidando un'altra bella hawaiana. Sì, perchè a quei tempi non c'era la televisione e neppure la pillola; solo ballo, guerra e sesso. Nasce una altro bambino che dà un sacco di soddisfazioni al padre, al nonno e...sicuramente anche a qualche wahiine' coetanea. E la storia....continua. Ma per noi, fortunatamente, il copione termina qui.
    A beneficio di questa originalissima storia occorre però dire che, oltre al lieto fine, lo spettacolo si dipana abbastanza scorrevolmente con gradevoli danze folkloristiche di buon livello, nonchè con grande spreco di torce infocate; luci ben organizzate e dirette, corpi maschili e femminili scatenati, glutei birichini che spuntano da sotto i gonnellini di rafia e, come ciliegina sulla torta. Il finale ad effetto ci propone una scena terrificante nella quale i valorosi guerrieri locali, quelli buoni, tanto per capirci, devono spegnere un enorme falò acceso dai nemici. Provate a indovinare con cosa ? Ma con il sedere naturalmente e con tutto quello che vi si trova intorno. Penso con viva apprensione allo stato finale della zona perineale di quei ragazzi e di tutti i loro annessi, dopo l'epica impresa. Altro che semplici "arrossamenti" da eccesso d'uso. Qui si parla di potenziali ustioni di grado elevato se non addirittura di danni...permanenti.
    Concludo con un curioso dubbio: se fra quei poverini ce ne fosse stato qualcuno
    con problemi di prostata o qualche altro sofferente di emorroidi, come se la sarebbe cavata? Rabbrividisco all'idea e risalgo col mio dubbio sul pullman del rientro. Domani ci aspetta Pearl Harbor.
    Non è facile riprendere toni seri dopo quanto descritto più sopra, ma trattandosi di Pearl
    Harbor è assolutamente necessario. Nessuno al mondo ha il diritto di dimenticare che
    in questo remoto luogo dell'Oceano Pacifico, all'alba del 7 Dicembre 1941, le vicende della
    seconda Guerra mondiale subirono un tragico e radicale cambiamento. Nulla, dopo quel drammatico giorno, fu mai più come prima. Non è il caso di rispolverare a fondo questa storia, arcinota a tutti, ma è fondamentale ricordare che il colosso bellico Americano, mantenutosi neutrale fino a quel momento, subì il proditorio attacco messo in atto dall'aviazione giapponese, come tutti sanno.
    Sono personalmente certo che, se i giapponesi, con il senno di poi, potessero rimettere indietro l'orologio della storia, eviterebbero oggi accuratamente di prendere una tale stupida iniziativa.
    Tutto in questo luogo parla di quell'evento. Vi arriviamo con il solito bus turistico il cui
    biglietto, comprato ieri, è ancora valido.
    L'impatto visivo con questa realtà è al tempo stesso di ammirato stupore e di straordinario fascino.
    Come credo di aver già detto, la base militare ha oggi perso molto della sua importanza strategica. La potenza militare degli Usa non ha più bisogno di vasti territori, esposti agli eventuali attacchi. Bastano le portaerei dislocate nelle varie aree del mondo. Bastano i sommergibili nucleari, in continuo movimento negli oceani. Se dovesse succedere un attacco, la reazione USA potrebbe scatenarsi in pochi minuti con conseguenze inimmaginabili a livello planetario.
    Quindi questa stupenda baia è oggi solo un gigantesco "memorial" che praticamente la occupa tutta. Pearl Harbor, credete, è vastissima; più di due volte il porto di Genova. Si ha quasi la sensazione che la ferita a suo tempo inflitta dai Giapponesi non sia del tutto rimarginata. E bisogna riconoscere che qui, per ricordare la loro "Caporetto", gli Americani hanno fatto le cose in grande. Ma c'era da dubitarne?
    Già nell'arrivare sul luogo il nostro bus passa accanto ad un ordinatissimo cimitero militare
    che si integra alla perfezione con il paesaggio circostante. Le lapidi, uguali e bianchissime, allineate come una formazione militare, seguono il dolce declivio dell'ampio prato verdissimo, spiccando sull'erba circostante con un aspetto austero, ma non opprimente.
    L'assenza di qualsiasi recinzione intorno a questo sito della memoria sta forse a significare il concetto che i Caduti sono ancora presenti nel tessuto sociale che li circonda e li onora. Morti sì, ma morti per la Patria e quindi ancora vivi nei ricordi e nella riconoscenza dei sopravvissuti e delle generazioni future.
    La baia incanta subito il visitatore con tutta la sua naturale bellezza che si rivela via via nelle insenature che si susseguono l'una all'altra, offrendo ovunque ripari naturali.
    Negli ampi spazi verdi, adornati da rigogliose palme da cocco le cui foglie mosse dal vento sembrano morbidi ventagli. Sullo sfondo troneggia la sagoma ancora possente e minacciosa della corazzata Missouri, una delle poche unità sfuggite al massacro di quel
    tragico 7 Dicembre. Ormai anche lei è pensionata di guerra e trasformata in museo galleggiante. Subito accanto a lei una originale costruzione bianchissima e bassa emerge dal mare. Ha sviluppo orizzontale e mostra una doppia fila di colonne. Il tetto o copertura che dir si voglia, somiglia vagamente al ponte di volo di una portaerei moderna, con una leggera depressione centrale. Pare quasi un trampolino per il decollo degli aerei. Questa
    basilica della memoria e dell'onore ai Caduti è il vero cuore centrale di tutto il Memorial, anzi ne è la sintesi e sembra emergere per incanto dalle acque della baia, in un sacro isolamento, circondata da ogni lato dal mare. A me pare il simbolo austero della non digerita sconfitta e della voglia di riscatto. Come in effetti e' stato.
    Al di qua della baia, cioè dalla parte in cui si arriva via terra, si notano alcune basse costruzioni militari, residuo di quello che deve essere stata la base logistica distrutta dai giapponesi, insieme a tante unità da combattimento. Oggi queste ex baracche appaiono completamente restaurata ed in perfetto stato manutenzione. Accanto vi è una piccola banchina che offre rifugio ed ormeggio ad un maestoso sommergibile anch'esso pensionato. Si tratta del "Bowfin", leggendaria unità subacquea lunga oltre cento metri. è una visione che incute ancora timore anche se in "disarmo". Anche Buwfin è stato protagonista di tante battaglie oceaniche, come dimostra il suo prestigioso "palmares" di bandierine giapponesi dipinte sulla torretta a testimonianza degli affondamenti inflitti al nemico; oggi anche questo potente strumento di guerra e' diventato "museo galleggiante". Troneggia maestoso al suo ultimo attracco, dismesso, ma non vinto. La sua torretta maestosa svetta come la cima di una montagna inviolata. Lo trovo bellissimo anche se viene naturale pensare alla vite umane spente dalla sua terribile potenza. Ma furono vicende di guerra; morti e feriti ci sono stati di qua e di la'; inutile ora fare del falso moralismo a posteriori. La guerra è un mostro che tutto inghiotte e tutto macina e distrugge; non c'è posto per i pietismi. Semmai per meditare ed evitarne altre.
    La visita all'interno del "Bowfin" è per me una tentazione irrinunciabile. Mi ci sprofondo con tutto il mio entusiasmo. Trascuro i particolari, ma credete, all'interno tutto è in ordine come
    se il sommergibile dovesse salpare a minuti. Mi colpiscono particolarmente le manovre in ottone, lucidate a specchio. Anche i siluri, disattivati, pronti all'imboccatura dei loro "tubi di lancio" hanno la testata ben lucidata. Una sicura concessione all'orgoglio patriottico americano. Non credo che in battaglia i comandi ed i siluri avessero tutto questo luccichio.
    Emerso, dopo un'accurata "ispezione" all'interno del sommergibile e dopo centinaia di scatti fotografici, vengo accolto in coperta da un venticello gagliardo che stuzzica piacevolmente la pelle ed anche l'appetito. Un modesto hot-dog consumato alla "buvette" a terra del Museo, vale per me un pranzo nozze.
    Perdiamo ancora un bel po' di tempo a fotografare tutti gli altri "cimeli" del museo. Mi colpisce in particolare un enorme siluro giapponese, catturato chissà come. E' grande
    almeno quattro-cinque volte un siluro normale. Il posto di guida è previsto per un solo uomo in piedi. Le comodità non servono a questo mezzo che non poteva essere lanciato da nessun lanciasiluri. Perciò questo tremendo ordigno era l'equivalente marino degli aerei
    Kamikaze. Cioè era condotto da un eroe suicida che doveva dirigerlo sull'obiettivo. Il suo
    nome era "Kaite", cioè "distruzione". E sicuramente, data la sua mole, lo era.
    Non molto distante dal Kaite troviamo una postazione di missili Polaris, anch'essi ormai pensionati. Non tanto pero' da non incutere timore. Sono armi create espressamente per i sommergibili, nel senso che questi ordigni volanti si attivano quando ancora il vettore si trova immerso sotto la superficie del mare e, dopo il lancio questi mostri spuntano fuori dall'acqua come le balene che giocano. Solo che i missili non ricadono in acqua e proseguono la loro missione, volando verso l'obiettivo da distruggere.
    Visti da terra e per giunta disattivati, non sono poi brutti da vedere; sicuramente non brutti e tetri come il Kaite giapponese, anzi sono coloratissimi, persino vivaci. Ma se solo si pensa che uno solo di questi "simpatici" oggetti volanti può annientare una città, un brivido irrefrenabile percorre la schiena.
    Tutto il resto del parco è museo a cielo aperto: cannoni piccoli e grandi, mitragliere a due,
    a quattro canne, cannoncini antiaerei; siluri dappertutto. Spicca al centro del parco-museo la grande, bianca pedana circolare, di poco sopraelevata dal verdissimo prato.E' circondata da una serie di altarini simili ad are sacrificali. Ognuno di questi ricorda il nome e narra le gesta eroiche di una nave persa in battaglia. Ognuna di queste storie si conclude inevitabilmente con la mesta frase: "...lost in (nome del mare o dell'oceano) on e poi la data della perdita. Al centro di questo grande cerchio si erge un altissimo pennone con issata in testa la grande bandiera USA che sventola gagliarda, mossa da un vento fresco e gradevole. La sintesi di tutto quanto sopra descritto, nonché dell'inossidabile senso patriottico americano.
    C'è in giro qualche "Marine" in tenuta mimetica, assolutamente disarmato. Probabilmente
    sorveglia con discrezione che non si commettano atti vandalici. Uno di loro mi saluta militarmente. Questo fa fare un balzo al mio ego. Perchè tanta attenzione? Devo subito ricredermi, aveva solo voglia di parlare con qualcuno. Vuol saper da dove vengo eccetera.
    Gli spiego nel mio malfermo inglo-americano da far schifo, ma sembra capirmi. Alla fine mi
    Risaluta militarmente e si allontana sorridente. Mai quanto me che mi sento tanto "veteran"; appellativo assai onorato ed ambito da queste parti. Mi viene da pensare a mio
    Padre ed alla sua passione per le vicende di guerra. Lui l'avrebbe meritato più di me.
    La mia visita a questo luogo, bellissimo alla vista e carico di storia, si conclude così. Riprendiamo senza entusiasmo la via per tornare a Deliziosa, la nostra temporanea casa galleggiante che ci aspetta pazientemente all'ormeggio di fronte alla Aloha Tower, il centro dell'area portuale. Alle 18 salperà in direzione di Pago Pago nelle Samoa. Ci avviciniamo alla metà della nostra crociera. Dopodomani attraverseremo l'Equatore; altra celebrazione in vista. Ciao Honolulu. Ci rivedremo mai?
    Daniela
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  2. #232
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

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  3. #233
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  4. #234
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

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  5. #235
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  6. #236
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  7. #237
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  8. #238
    Moderatore Globale L'avatar di marco
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Quanti bei posti, e quante belle foto, un viaggio stupendo!!

  9. #239
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Marco tu Danica, Antonio , e Ro siete tra i miei candidati futuri...

    secondo me farete il giro del mondo una di queste volte!!! *dX *dX
    Daniela
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  10. #240
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

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