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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #251
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    .....
    Daniela
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  2. #252
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

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  3. #253
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    .....
    Daniela
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  4. #254
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Che meravigliaaaaaa! Anche io il giro del mondo, anche io ...
    Grazie per il lavoro che state facendo


    Ma si muove a tornare Deliziosa?! :P
    ❤ℳartina ❤

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  5. #255
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    la deliziosa sta entrando in porto!!
    chissa' come' la polinesia!!
    Daniela
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  6. #256
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ..
    Daniela
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  7. #257
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ...
    Daniela
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  8. #258
    L'avatar di matteofedel
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Pago Pago.... un sogno!!!!!

    Matteo
    London, the sea, the ships and the cruises are my life!

  9. #259
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    PAGO-PAGO (Isole Samoa USA-Pacifico meridionale).

    - Ore 06,15 LT. Lasciata Honolulu, dopo quattro giorni di navigazione con mare tranquillo
    ed aver attraversato l'Equatore con grande entusiasmo e festeggiamenti a bordo, registriamo un sensibile ovvio aumento della temperatura e ci accingiamo ad entrare in
    rada a Pago Pago, situata al centro dell'isola di Tutuila, una delle Samoa Americane.
    Infatti l'arcipelago delle Samoa, costituito geograficamente da una decina di isole, fra
    grandi e piccole, è politicamente diviso in due. Ad oriente il "Regno di Samoa", stato sovrano a regime costituzionale monarchico, Povero, arretrato e sommerso, oltre che
    dallo "Tsunami" del 2009, anche da problemi politico-economici che non intendo affrontare; non ne so niente e nemmeno mi sfiora la voglia di approfondire.
    Ad occidente, separate da una linea immaginaria che divide l'arcipelago come un meridiano, vi sono le tre Samoa Americane di cui Tutuila, l'isola maggiore delle tre, detiene
    la "capitale", che si chiama appunto "Pago-Pago" . Con una precisazione fonetica. Nel nominarla bisogna dire "Pango-Pango" come se ci fosse una "n" al centro della parola. Una preziosità linguistica apprezzata da pochi.
    Tutto l'arcipelago ha una storia tribolata. Scoperto verso la fine del '700, fu a lungo conteso fra Germania, Inghilterra, Olanda ed infine anche dagli Stati Uniti. La ragione di tanto interesse è da ricercare nell'eccezionale pescosità dell'Oceano Pacifico in questo punto. Pare che il tonno ami molto queste acque, forse perchè vi trova, in grande abbondanza, la sua mangianza preferita o per altre ragioni. Sta di fatto che qui intorno il tonno abbonda.
    In particolare, per quasi due secoli dopo la scoperta e la prima travagliata colonizzazione,
    Pago-Pago e tutto ciò le le ruota intorno fu importantissima per la pesca e la lavorazione del tonno. Si avvicendarono nel dominio dell'isola dapprima i tedeschi, poi in ordine sparso
    francesi, olandesi, gli immancabili inglesi ed infine..gli americani, a metter fine alle dispute.
    Sta di fatto che oggi queste tre isole godono dell'appellativo, ambitissimo, di territorio USA.
    Ma cos'è un "territorio"?. Ho provato a chiederlo a diversi interlocutori, anche locali. Non
    ne ho ricavato niente. Non è una "colonia", parola che fa orrore agli americani; non è un
    protettorato; non è neppure uno "stato" della Federazione USA, come le Hawaii che abbiamo appena lasciato. E' qualcosa che ai Samoani va più che bene, e tanto basta. Cosa stiamo a sofisticare. Pertanto i samoani, questi samoani, non quelli del vicino povero
    "Regno", non votano per il Presidente USA, non per le Assemblee legislative, non hanno
    diritti politici salvo quelli riconosciuti a tutti gli esseri umani dalla dichiarazione di S.Francisco del 1945. Ma a loro va bene così, ed anche a me. Hanno sì un loro "rappresentante" a Washington, ma non ha alcun potere, proprio nessuno. Una specie di
    "ambasciatore" che non ambascia niente poichè qui c'è un "governatore" Usa che occupa
    il più bel palazzo della città con tanto di pennone sul quale sventolano, nell'ordine, la bandiera USA e subito "sotto" la bandiera locale, bella, decorativa, multicolore, ma che non conta un c...
    Mi sono chiesto e l'ho anche chiesto in giro: ma ai "Samoani Usa" questa situazione va
    bene? Risposta: "certo che va bene", per almeno due buone ragioni. La prima è che per
    mantenere questa situazione abbastanza politicamente incerta, anzi diciamo pure nulla,
    dagli USA arrivano dollari, molti dollari. Si parla di oltre 80 milioni all'anno; naturalmente
    in via ordinaria. Poi ci sono le necessità "straordinarie" per le quali il "rappresentante"
    samoano a Washington presenta il conto alla Casa Bianca e tanto basta per giustificarne
    la presenza nella capitale americana.
    La seconda ragione è che, da sempre, i samoani non si distinguono per voglia di lavorare.
    Ma poi perchè lavorare? C'è il sole, il mare, anzi l'oceano, pieno di pesci eccellenti che
    si pescano quasi da soli. C'è una natura che fornisce quasi tutto: cocco in quantità industriale; mango; banane (dolcissime, anche se piccole); c'e persino il frutto dell'albero
    del pane. Basta raccoglierlo e metterlo in forno: i carboidrati sono assicurati. C'e acqua,
    Tanta acqua buona e gratuita dalle montagne, non alte, ma rigogliosissime. Ma con tutto
    questo a disposizione chi ha voglia di lavorare? Ah, dimenticavo, da informazioni della nostra guida locale:
    Sembra che le ragazzine comincino la loro attività "affettiva" già a 13 anni o giù d li' e senza nemmeno farsi troppo pregare. Insomma, qui per lavorare non c'è proprio tempo.
    A regolare tutta questa "grazia di Dio" fa da contraltare tutta una serie di severe regole
    di organizzazione sociale da rispettare con rigore, pena durissime punizioni inflitte dalla
    famiglia-clan di appartenenza e dal dilagare delle religioni, qui tutte ben rappresentate,
    potenti, temute, e....rompicoglioni. Pensate che, per un paio di messe o di servizi religiosi
    saltati, un ragazzino od una ragazzina possono anche finire in "prigione" che poi tanto
    prigione non e'. Piuttosto un "correzionale" che serve a riportare sulla retta via la...pecorella smarrita.
    Quanto alle religioni qui e' veramente un supermercato. Protestanti di ogni specie e sottospecie. Mormoni, Avventisti del 7* giorno, Metodisti. Ci sono persino Cattolici, ma in netta minoranza e neanche troppo ben visti: troppo rigorosi sul "sesso".
    Le chiese sorgono dappertutto; grandi, piccole, piccolissime. Tutte distinguibili dal loro bravo campanile al centro della facciata, in puro stile coloniale, sempre graziosissime.
    Questa situazione fu importata nel 1830 circa da un missionario mormone molto venerato
    In loco, non fosse altro per la sua sterminata...discendenza.
    Ora qualche doverosa spiegazione sull'organizzazione sociale dei Samoani:
    Qui, da sempre conta la "Famiglia" come cellula fondamentale della società. Pero' occorre
    intenderci: qui famiglia vuol dire padre, madre, figli, nonni, bisnonni, zii, cugini, nipoti. Spero dì non dimenticare nessuno. Da noi si chiamerebbe "clan"; qui famiglia. E poi, altro che vecchi scimuniti, come da noi; qui il potere e' tutto nelle mani degli anziani. Sopra di loro c'è solo il Capo-villaggio; il dignitario più alto in assoluto. Quasi dimenticavo: qui una "famiglia" può arrivare anche a 50 e più membri.
    Accanto ad ogni abitazione, almeno a quelle di un certo censo, si erge una costruzione
    molto simile ad un tempietto:
    Base, colonne, molte colonne, tetto a due falde come in Grecia; piu' raramente di forma rotonda o tondeggiante. Data la diffusine di tali costruzioni, praticamente onnipresenti, la mia innata curiosità e' subito scattata. La spiegazione e' disarmantemente semplice. E' il luogo di riunione della "Famiglia" ossia del "clan". E' il luogodove si passano ore a discutere affari interni al clan stesso; pardon alla "famiglia", secondo il concetto samoano. Cosa fare (forse sarebbe meglio dire cosa "non fare); chi accogliere e chi non (non si verifica quasi mai); cosa fare per punire .xxx... che per ben due Domeniche non e' andato al servizio religioso. Cosa fare per xxx che e' rimasta incinta nonostante i suoi 13 anni; e molte altre cose ancora. In tal modo passano le giornate, le serate e il tempo in genere; per lavorare di tempo ce n'è sempre troppo.
    Non si può terminare questa carrellata sui costumi Samoani senza citare il culto ed il rispetto dei loro morti. Una pratica comune alle numerose religioni già descritte.
    Il "defunto" merita tutti gli onori. Fin qui nulla da obiettare. Accade, ahime' sempre meno, anche da noi. Pero' qui merita tanti onori da essere sepolto nel giardino di casa, meglio se sul davanti, proprio davanti all'ingresso, senno' che onore e' ?
    Quindi, passando davanti alle case samoane e' assolutamente normale vedere il giardino
    costellato di croci, lapidi, tumuli a volte anche imponenti, che ricordano a chi vi abita, ma
    anche al visitatore che il "caro estinto" e' ancora li' fra loro, non più vivo, ma sempre presente. Vi par poco ?
    Questa più che rispettabile usanza ha pero' generato un fenomeno collaterale molto negativo: il mercato immobiliare e' praticamente bloccato. Nessuno infatti e' disposto ad
    acquistare un'abitazione con tutto il cimitero della famiglia venditrice e quest'ultima non
    e' in grado di traslocare facilmente i suoi morti con annesse lapidi, tumuli, sarcofagi.
    Ma non credo che i Samoani si adontino più di tanto. Si riuniscono nel loro tempietto familiare; discutono del problema per qualche settimana, poi, non trovando una soluzione adeguata, lasciano tutto come sta. Elementare, no? Ma non meravigliamoci troppo; a ben
    vedere succede anche nei Parlamenti europei.
    Ora che abbiamo passato in rassegna gli aspetti socio-politico-geografici di questo isolato
    ma invidiabile angolo del Pacifico, sarà bene passare anche alla parte descrittiva; quella
    Che forse maggiormente interessa la nostra cronaca.
    Scesi a terra senza tutte le complicazioni dell'immigrazione Usa che qui ha allentato la
    sua ferrea morsa, troviamo ad attenderci il solito mercatino ambulante, approntato espressamente per il nostro arrivo. Troviamo allineati in bella vista i teloni coloratissimi
    dei venditori di ogni cosa. Non sto ad elencare tutte le merci, tanto sono quasi uguali in
    tutti i porti in cui arriviamo. Prevalgono i generi d'abbigliamento, improntati al folklore locale
    ed i souvenir onnipresenti. Qualche novità in materia di bijotteria e bassa oreficeria.
    Una musica locale, ritmata gradevolmente, ci fa apprezzare le differenze di questa terra
    Rispetto alle Hawaii che s trovano 2800 miglia più a nord. A me personalmente pare più
    dolce ed orecchiabile; perfino suadente. Buon auspicio.
    Incontriamo alcuni poliziotti con un ridicolo copricapo costituìto da un alto nastro blu con
    una chiassosa punta rialzata al centro dove campeggia lo stemma della polizia locale.
    Definirlo cappello sarebbe sbagliato. Visto dal basso lo sembra, anzi si avvicina molto alla
    "casseruola" dei francesi, ma da vicino si vede subito che è solo una fascia frontale. Insomma, ne cappello, ne turbante; cosa sarà dunque? Ma chi se ne frega; a me piace
    solo la placca dorata. Vuoi vedere che riesco a convincere qualcuno di questi "poliziotti in
    gonnella" a vendermene una ? Già, perchè qui anche gli uomini portano la gonna. Una
    gonna a portafoglio lunga fino al ginocchio; la chiamano "lava-lava" e li fa vagamente somigliare agli scozzesi. Solo che la "lava-lava" non è plissettata e poi qui gli uomini sotto
    la gonna portano i calzoni; corti, ma li portano, frenando di colpo la pruriginosa fantasia
    di qualche signora.
    Tutta la "città" di Pago-Pago è concentrata intorno al suo porto, piuttosto piccolo, anche se
    abbastanza profondo per consentire alla nostra "Deliziosa" di ormeggiare in banchina.
    Dal terrazzino della nostra cabina a poppa estrema, avevamo notato entrando, una flottiglia di pescherecci d'altura con tutte le attrezzature già pronte e riassettate. Ne ho contati undici; una forza devastante per le risorse ittiche locali.Uno di questi è tanto grande da poter portare, su una piazzola, un piccolo elicottero da avvistamento. E' sicuramente il più piccolo elicottero che io abbia mai visto, ma è pur sempre un elicottero. E questo la dice lunga sulle potenzialità di questa fabbrica galleggiante di tonno in scatola.
    Fuori dalla cintura portuale, scarsamente recintata, si snoda un'unica strada abbastanza
    larga da essere percorsa nei due sensi. Traffico veicolare intenso, regolato dai suddetti
    poliziotti in gonna che non hanno invero l'aria di nutrire molto interesse per quanto li circonda. Infatti la maggior parte di loro sta usando il cellulare. Magari sta parlando con
    la moglie o qualcosa del genere. In uno slargo parallelo alla strada sostano numerosi
    autobus coloratissimi, tutti con un nome proprio. Hanno tetti e sedili in legno e l'autista
    non si vede quasi; spunta solo con la testa. I motori diesel, tutti accesi, mandano un notevole rumore ed un puzzo di gasolio incombusto da togliere il fiato. Da noi, ma anche
    in Grecia ed in Turchia, questi mezzi non potrebbero circolare. Meno che mai portare
    passeggeri. Qui no, sono la regola. O questi o i taxi, poco numerosi e carissimi. Noi passeggeri ci sparpagliamo, come di consueto; ognuno per la destinazione che si è scelto.
    Io di destinazione, al mattino, non ne ho scelta nessuna. Mi fiondo in una specie di stabilimento balneare-ristorante a poche centinaia di metri dalla nostra nave, verso la
    baia. Ci avevano sconsigliato di andarci, ma avevano torto. La spiaggetta su cui si affaccia lo stabilimento è bellissima e poco frequentata. Spiaggia di sabbia fine; acqua cristallina;
    palme e mangrovie fino alla battigia; una cuccagna. Il tempo di pagare il tipo che riscuote
    il "pedaggio" di cinque dollari USA con diritto ad una sedia normale, non una "sdraio" e mi
    tuffo in acqua a 28/30 gradi. Cuccagna confermata. L'acqua è deliziosa. Provo un sincero
    senso di compassione per tutti coloro che hanno preferito altre destinazioni. A me basta e
    avanza questa che sto provando: immerso fino al collo nell'Oceano Pacifico in acqua veramente pulita; cielo terso, vento gragliardo. Ma chi se ne va di qui ? Trascorro in questa
    succursale dell' Eden circa due ore durante le quali rivivo sensazioni della mia prima giovinezza. Verrebbe voglia di gridare, ma pochi capirebbero, anzi forse verrebbero i
    bagnini, sempre che esistano. Rientro alla nave per pranzare, lo faccio solo per onorare
    gli impegni con gli Amici con cui condividerò l'escursione pomeridiana. A me basterebbe
    stare qui ancora un paio d'ore, anche in perfetta solitudine con la natura. Prima di ripartire
    da qui, desidero ardentemente portare via un ricordo che non sia la solita calamita da frigorifero. Faccio pertanto un ultimo tuffo e strappo dal fondale un blocchetto di corallo,
    di quello da barriera, non di quello da collane. Che le divinità di Pago Pago mi perdonino.
    Mentre rientro dalla spiaggetta-eden, incrocio alcuni ragazzi del bordo con cui ho stabilito
    rapporti di amicizia. Mi propongono di tornare indietro con loro. Faccio molta fatica, ma resisto. Mi aspetta l'escursione pomeridiana ad un villaggio tipico. Spero di non sbagliare.
    L'escursione di cui ho accennato parte regolarmente alle 14 ora locale. Ci trasporta il solito
    bus coloratissimo condotto da un autoctono che sprofonda stravaccato nel suo sedile. Il
    mezzo, anche se folcloristico, sarebbe da demolire. Il tetto e gli interni, rigorosamente in legno locale scricchiola sinistramente ad ogni sobbalzo; e qui di sobbalzi ce ne sono davvero tanti. Anzi approfitto per dire che in tutta l'isola ci sono solo due strade asfaltate;
    tutte le altre sono sterrate. Ma andiamo avanti: percorriamo una litoranea in piano lungo
    l'Oceano. Una visione continua. Se l'avessimo da noi ci avremmo costruito intorno chissà
    quanti edifici a dodici piani con annesse schifezze demolitrici del paesaggio, come peraltro
    hanno fatto anche con le Hawaii, anche se con criteri meno oltraggiosi per la natura.
    Qui invece...nulla. Le palme, le mangrovie, gli scogli ed i pinnacoli alberati sulla sommità
    tengono ancora orgogliosamente la scena. Meno male. C'è bassa marea e la barriera corallina, in continua trasformazione, emerge in parte con tutti i suoi spuntoni taglienti.
    Sono disposto a scommettere che se ci potessimo addentrare a piedi, facendola franca con le punte insidiose, potremmo pescare granchi a volontà e sicuramente anche qualche
    polpo rintanato nella sua buca in attesa del ritorno dell'alta marea. Invece proseguiamo sul
    bus che minaccia di disfarsi ad ogni più piccola irregolarità stradale. Macchisenefrega, ciò
    che si sta scorrendo davanti agli occhi val bene qualche rischio.
    Arriviamo, dopo un paio di soste "idrauliche" ad un "resort" dove assisteremo alla cerimonia della "cava" e ad uno spettacolino samoano a sorpresa. Il luogo è tanto bello da
    superare ogni possibilità di descrizione. Perciò vorrei astenermi; non vorrei offendere la realtà. Però anche questo diario ha le sue esigenze. Non vorrei neppure che questi ricordi
    di viaggio sfumassero nella memoria; così anche con un po' di timore proseguo. Il "resort"
    è una costruzione a "cottage", in perfetto stile inglese-vittoriano. Lo circonda un terreno in dolce declivio che termina sulla costa rocciosa che trattiene egregiamente l'onda oceanica. Sarebbe un paradiso per i surfisti, ma ci sono rocce coralline fino a riva e, si sa, le vertebre umane non amano le rocce. Le palme da cocco ed altra vegetazione spontanea circondano la costruzione che si armonizza alla perfezione all'ambiente che la circonda, inducendo a pensare che ci sia stata la mano di qualche famoso architetto da giardini. Ci assicurano che non è così; tutto ciò che vediamo è rigorosamente naturale con la sola piccola eccezione del bellissimo prato all'inglese, rasato impeccabilmente. Ci lasciano visitare e fotografare le stanze; Un incanto multicolore. Ogni finestra delle camere si affaccia sull'Oceano, sulle scogliere, sulle imponenti onde "oceaniche". Il tutto contenuto
    in una cornice di palme e di altri alberi grandi come case e dal fogliame fittissimo.
    Sotto il porticato che domina questa succursale di paradiso sono stati approntati degli
    splendidi tavoli con preziose tovaglie bianche e stoviglie da ricevimento. Persino le sedie
    sono tutte ricoperte di bianco ed impreziosite da nastri di tulle azzurrino. Sembra proprio
    che ci aspetti una cerimonia con i fiocchi. Infatti, appena accomodati sulle seggiole bianche, inizia il cerimoniale della "Cava", ossia il benvenuto all'ospite secondo il
    cerimoniale samoano; una vera e propria liturgia laica cui gli autoctoni non rinuncerebbero
    per niente al mondo. Stuzzichini, tramezzini, cascate di frutta deliziosa maturata al sole e
    squisito dessert al cioccolato; bevande a volontà. Il tutto servito a tavola da deliziose ed
    avvenenti ragazze samoane in costume locale, lungo fino a terra che fascia i loro corpi
    con garbata eleganza, priva di qualsiasi concessione alla volgarità, ma non per questo meno seducente.
    Lo spettacolo previsto dal programma, diviso in due parti, inizia puntualmente. La prima parte consiste in una rassegna di musica e danze samoane interpretate con grande grazia
    garbo ed armonia. Le danzatrici, splendide e sobrie nei loro costumi, eseguono coreografie aggraziate, accompagnando i sinuosi movimenti del corpo con la gestualità delle braccia e delle mani che "raccontano" le loro leggende, secondo un rituale fisso da
    generazioni. A tanta grazia si aggiunge la tenerezza di due bimbette anch'esse in costume
    che tentano di imitare le danzatrici più grandi, non sempre con successo, ma con apprezzabile impegno.
    La seconda parte e' un po' meno aggraziata, almeno nelle movenze si rifà alle tradizioni
    guerriere dell'isola. Forse in origine era riservata a danzatori di sesso maschile, ma poi
    le donne, nella loro travolgente voglia di emancipazione, hanno rivendicato il diritto di poterla rappresentare, aggiungendo ovviamente tutta la loro grazia femminile. Si tratta
    di una versione tutta "fijiana" della danza delle spade che appartiene credo a tutte le culture orientali. Solo che qui le spade sono assai corte, più simili a "machete", ma dotate
    di un'impugnatura lunga quanto basta per essere impugnate a due mani. La lama invece
    non termina come avviene per le armi bianche con una punta, ma con un ricciolo civettuolo che le rende meno minacciose alla vista. In ogni caso le fanciulle samoane le
    sanno usare con grande destrezza e se le scambiano pure al volo con ritmo incalzante.
    Il tutto con elegante effetto coreografico.
    A fine spettacolo risaliamo tutti sullo sgangherato bus-trappola di legno e rientriamo alla
    nave dopo aver ripercorso a ritroso la litoranea che ci offre nuovamente uno spettacolo superbo, sicuramente superiore ad ogni mia capacità. descrittiva.
    Lasciamo Pago Pago con la consueta mestizia che ci coglie nel partire da luoghi di tanta
    bellezza; in questo caso forse anche con un po' di nostalgia in più.
    Daniela
    dabi
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  10. #260
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