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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #281
    Moderatore L'avatar di berto
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    Re: R: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    C'è qualcuno tra voi che mi sponsorizza il giro del mondo? Io vado e prometto che faccio la diretta (quella a mie spese)

    Inviato dal mio U8650 con Tapatalk 2
    Alberto
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  2. #282
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    mi dispiace ma non puoi andare solo!!!
    perche' non approfittare di chi ti potrebbe aiutare con una bella diretta???
    poi io parteciperei alle spese della direttina!!!
    Daniela
    dabi
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  3. #283
    Moderatore L'avatar di berto
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    già qualcosa nessuno si offre di pagarci il giro del mondo??
    Alberto
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  4. #284
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    vicino alla Nuova Zelanda....
    ci saranno altre foto
    e un altra pagina di diario da gustare..

    Daniela
    dabi
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  5. #285
    Moderatore Globale L'avatar di marco
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Che bella e variegata crociera!!!

  6. #286
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    si si Marco.. altro che la mia settimanina a bordo..
    Daniela
    dabi
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  7. #287
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    destinazione Auckland Nuova Zelanda
    Daniela
    dabi
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  8. #288
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    - AUCKLAND (Nuova Zelanda).
    C'è una terra sperduta al fondo dell'oceano Pacifico che con un po' di fantasia potrebbe somigliare all'Italia. Infatti, se la si guarda con molta attenzione, sembra vagamente uno
    stivale rovesciato, con la punta rivolta verso nord. Solo che lo stivale, se lo vogliamo chiamare così, e' diviso circa a meta' da uno stretto braccio di mare, lo stretto di Cook dal nome del suo scopritore inglese. E' quindi un arcipelago costituito da due grandi isole: l'isola del nord e "Isola del sud. Il braccio di mare di circa 26 chilometri che le separa, anzi, secondo me collega quelle terre, non fu scoperto da Cook, ma dall'olandese Tasman, poco
    meno di un un secolo prima, ma non fece in tempo a dare il proprio nome alla terra appena scoperta. Dovette invece contentarsi di tenere a battesimo la vicina (si fa per dire)
    Isola di Tasmania e...mori'.
    Poi arrivarono gli inglesi ed e' inutile ipotizzare, conoscendoli, il perchè di tale ennesima indebita "appropriazione" del nome ed anche del territorio. Tasman che come già detto, morirà da quelle parti, spese la propria vita a teorizzare prima e poi a scoprire quelle terre. Il suo sogno pero' era di scoprire il grande continente australe che egli sapeva esistesse e che purtroppo manco', anche se di poco.
    Questa terra, che porta ormai da tre secoli il nome di Nuova Zelanda, si trova esattamente agli antipodi dell'Italia; proprio dall'altra parte del Globo, isolata da distanze enormi, un po'
    sfigata all'inizio, ma prediletta dal destino per ragioni che vedremo, era già' stabilmente abitata da uno dei ceppi polinesiani chiamati "maori" di cui abbiamo gia' accennato.dopo diversi passaggi, denominazioni e travagliate vicende di conquista, fu colonizzata dagli
    Inglesi intorno al 1730. Colonizzata e' una parola importante, ma non appropriata.
    I "Maori" infatti, popolazione indigena fierissima e guerriera, dotata di solide tradizioni culturali, anche se ancora mancante di un sistema di scrittura, arrivata su quelle terre, chissà' come e chissà quando, appartengono, senza ombra dubbio, all'etnia polinesiana. In altri termini appartengono a quella etnia di ceppo "camita", ovvero di pelle scura di biblica memoria che ha popolato nei millenni la maggior parte del continente africano e praticamente tutto il Pacifico meridionale.
    Nel Pacifico le terre emerse, piccole o grandi che siano, hanno fra loro enormi distanze.
    I fenomeni naturali nel corso del millenni che sono trascorsi dalla comparsa dell'uomo sulla terra, sono stati determinanti in moltissimi casi per creare le differenze fra le popolazioni che via via si sono insediate su questa sterminata superficie acquea.
    Proviamo ad ipotizzare una delle possibili cause; sicuramente non l'unica:
    Un gruppo di pescatori, perchè soprattutto di pesca si viveva da queste parti, lascia la propria amata spiaggia per affrontare la fatica quotidiana. Li sorprende una tremenda tempesta. Non riescono più a governare la loro fatiscente imbarcazione e vengono trascinati dal vento e dalle onde a centinaia, talvolta a migliaia di miglia dalla loro isola originaria. Se sopravvivono, approdano portati dal vento, sopra una delle migliaia di terre emerse che costellano l'oceano. Indietro non possono tornare anche perchè ci vuol tutto che siano ancora vivi. L'unica alternativa che resta loro e' di iniziare una nuova esistenza nel luogo dove li hanno scaraventati il caso e gli eventi atmosferici. Se tale luogo possiede condizioni sufficienti per vivere, il gioco e' fatto. Nasce un nuovo insediamento con la cultura di base del ceppo originario, ma l'evoluzione cambia in base alle diverse esigenze dettate dal nuovo territorio. E Darwin ci va a nozze con la sua teoria evolutiva, contestata finche' si vuole dalla Chiesa cattolica, ma dalle solidissime basi scientifiche.
    Da tener conto anche del fatto che tutti i ceppi polinesiani, bravissimi a tirar a campare, non hanno mai avuto un sistema di scrittura e la loro cultura si e' sempre trasmessa solo per tradizione orale con tutti i rischi evolutivi connessi.
    Questa teoria calza a pennello anche con l'ipotesi evolutiva delle tecnologie di comunicazione e dei mezzi di trasporto, con le danze tribali, con le credenze religiose, con le abitudini alimentari, salvo la pratica del cannibalismo, limitata alle sole Fiji, che, all'origine potrebbe essere stata imposta da ragioni di sopravvivenza. Com'e' accaduto anche ai tempi nostri, in occasione di un disastro aere, dal quale e' stata ricavata anche la trama di un film.
    Se vogliamo tentare una timida conclusione, comparando le varie realta' fin qui incontrate nella nostra scorribanda nel Pacifico, potremmo azzardare un'analisi, tutta da verificare:
    Laddove i colonizzatori di qualsiasi tipo o nazionalità' hanno trovato terreno fertile nelle popolazioni sottomesse, la civiltà ed il progresso sono rimaste al palo. Laddove invece, come in Nuova Zelanda, le popolazioni autoctone come gli irriducibili Maori, hanno opposto fiere resistenze, i "colonizzatori" sono dovuti ricorrere a compromessi e trattati che hanno favorito l'integrazione "pacifica" che e' cosa ben diversa dalla colonizzazione selvaggia, soprattutto nei risultati. Che qui sono palpabili.
    Conclusa questa lunga, ma necessaria "tiritera" storico-antropologica sulla Nuova Zelanda, torniamo al diario del nostro viaggio:
    La descrizione di Aukland, porta d'ingresso dell'arcipelago per chi come noi proviene da nord; angolo di mondo vagheggiato da sempre, descritto con entusiasmo da chi c'è
    stato, vissuto dai piu' con la fantasia scatenata da mille documentari televisivi, rimane pur sempre un'impresa molto difficile, dato l'alto rischio di enfatizzarla.
    La difficoltà maggiore s'incontra nel resistere al desiderio irrefrenabile di abbandonarsi a
    lodi smodate, al gratuito facile compiacimento, alla retorica più ruffiana, Tutti ingredienti
    molto cari ed abusati dalle cronache giornalistiche. Un ostacolo, meglio un pericolo sempre presente e' il diffusissimo vizio di chi, vuole impressionare il lettore, descrivendo luoghi e costumi con gratuite aggiunte e sottolineature, fottendosene della realta'. E' comunque un rischio che si deve pur correre e c'è solo da augurarsi di non farsi prendere troppo la mano.
    Tornando ad Aukland ed al mio primo impatto visivo con la sua baia stupenda non posso
    fare a meno di riferire un flash che mi si e' acceso d'improvviso davanti agli occhi; quasi una folgorazione. Mi sono chiesto se per caso la nave, sbagliando rotta, oppure pentendosi, avesse nuovamente imboccato la baia di S.Francisco.
    In effetti, anche se le differenze non mancano, le affinità appaiono subito evidenti. Certo, non ci sono i due ponti arcinoti, il "Golden Gate" ed il "Bay Bridge" che incastonano la perla della California. Qui di ponte ce n'è uno solo e neppure così bello. Si chiama "Harbor Bridge" e non e' neppure l'attrazione principale della città. Qui la skyline, ossia la parata dei grattacieli che si presenta alla vista di chi arriva dal mare, e' dominata dalla "Skytower",
    una meraviglia architettonica, urbanistica e paesaggistica che con i suoi 328 metri di altezza totale, sta a mezzo fra la stele monumentale, il disco volante, una trottola dalle proporzioni gigantesche e molto altro ancora. Invece e' una armoniosa sintesi di tutto questo. Ti compare davanti e domina la scena, elegante, maestosa, affascinante da qualunque punto la osservi: dalla baia, da qualunque strada stai percorrendo in città, dal parco nazionale in collina. Insomma, dappertutto. A me sembra una sentinella, una bellissima elegante sentinella che vigilia su Aukland, imponente e discreta ma rassicurante al tempo stesso. Volendo usare un termine abusato, si potrebbe definirla "mozzafiato" ma io non amo questa parola; preferisco che ciascuno la definisca come gli pare. Potrebbe essere un modo per sentirla anche "più sua".
    Aukland tuttavia non e' solo "Skytower"; e' una città talmente bella in tutti i suoi aspetti, urbanistici e sociali che, come detto nell'introduzione, e' molto difficile definire con la dovuta efficacia.
    Il suo tessuto urbano e la sua organizzazione socio-economica attraggono a prima vista come un colpo di fulmine. E qui emergono le inevitabili differenze con S.Francisco:
    Quella simpaticamente caotica e folcloristicamente varia con infinite contraddizioni; questa splendidamente pulita, ordinata, regolamentata, civilissima; non per questo meno bella.
    Cominciamo dal porto: non molto dissimile dalla maggior parte dei grandi porti finora visitati, ma con qualche valore aggiunto: il valore delle cose che funzionano. Purtroppo
    occorre anche dire che questo valore aggiunto ha un "antipatico" sapore "british" che a
    me personalmente non e' mai stato gradito, anzi, mi sta proprio....
    A solo poche centinaia di metri dal porto, quasi di fronte all'ormeggio di Deliziosa, si entra
    subito nella realtà più rilevante la "down town"; il centro cittadino. Per tener fede al principio di obiettività al quale vorrei attenermi e, superando le mie personali antipatie, debbo ammettere che questo ordine, pulizia, rigore regolamentato ed imposto, soprattutto rispettato, può solo far bene alla città ed ai suoi abitanti; ma anche ai visitatori più trasgressivi che ne dovrebbero imitare molti aspetti positivi, solo se lo volessero.
    La trama stradale e' prevalentemente organizzata in larghe vie, viali, importanti, molte di queste adornate di portici che offrono un gradevole riparo ai passanti che, se vogliono,
    possono passeggiare in tutta tranquillità.
    Un altro punto in comune con S.Francisco e' il gradevole saliscendi delle strade che seguono l'andamento del terreno collinare, neppur troppo faticoso da percorrere a piedi,
    anzi, i declivi sono un piacevole elemento di diversità che aggiungono valore al già gradevole impatto.
    Il traffico veicolare e' da manuale, tenuto conto che la popolazione ha superato da tempo il milione e mezzo di abitanti e non esistendo una metropolitana sotterranea per mille e una ragione economico-urbanistica che risparmio al lettore, tutto cio' che si muove su ruote, pubblico o privato che sia, deve scorrere in superficie. Non e' un problema da poco. Tutto questo, in un contesto europeo, Londra compresa, produrrebbe un notevole caos. Qui no; qui tutto sembra scorrere come se ci trovassimo di fronte ad un plastico di simulazione; invece no, ciò che si svolge sotto i nostri occhi e' reale, palpabile e documentabile.
    I veicoli, sia pubblici che privati, rispettano rigorosamente la segnaletica, specialmente quella semaforica. I ciclisti, numerosissimi; ed i pedoni fanno altrettanto. Non si ode un solo colpo di clacson; solo di tanto in tanto, qualche rara sirena di ambulanza. Esiste quindi un sostanziale equilibrio che stupisce per il fatto stesso che sia la regola. Strano vero? Non ci siamo proprio abituati.
    Dopo circa un quarto d'ora di cammino a piedi siamo alla base della Skytower, Impressionante. In particolare, se dal basso si guarda la sommità ed in quel momento sta
    per caso passando una nube, si ha la sensazione che la torre vi stia cadendo addosso. Si'
    lo so, succede anche con altre costruzioni ad ardito sviluppo verticale, ma questa e' esagerata. Ci precipitiamo dentro prima che arrivi la massa dei crocieristi che abbiamo seminato lungo il percorso. Solita fila per il biglietto, sguardi fugaci nei negozietti di souvenir e di gadget, poi finalmente su, alla prima e poi alla seconda piattaforma panoramica. Più tardi aprirà anche la terza che contiene un ristorante girevole. Arrivati in cima lo spettacolo e' "mozzafiato", ma ho già detto che tale termine non mi piace. Tutta la città ed anche i suoi smisurati dintorni fin a oltre cento chilometri dalla torre sono sotto i nostri occhi. Sotto di noi, spesse lastre di vetro, completamente pedonabili, ci lasciano vedere il traffico cittadino che si dipana ordinato con il rigore già descritto. Poi una sorpresa: ci passa davanti agli occhi una figura umana che precipita, attraversando la nostra finestra. Un suicida ? No tranquilli, e' un "jumper"' un saltatore che, regolarmente imbragato in tutta sicurezza e guidato da un robusto cavo che ne rallenta la caduta, compie la sua brava impresa. Confesso che un brivido mi percorre la schiena misto ad un cocente senso d'invidia. Come mi piacerebbe provare. Ma un brevissimo inventario delle mie risorse fisiche e mentali mi convince immediatamente a rinunciare. Pazzo, temerario, ardimentoso, questo si', ma scemo ancora no. Dovevo pensarci almeno vent'anni fa; ora resta solo il desiderio insoddisfatto; purtroppo non l'unico!
    La visita, scandita da migliaia di scatti, miei e degli altri visitatori, deve purtroppo terminare
    Lascio la torre con la soddisfazione di averla visitata, solo parzialmente attenuata dalla rabbia per averla dovuta lasciare, pena la perdita di tutto quanto ancora ci può riservare questa città meravigliosa. Ritornati a terra ci perdiamo per le strade circostanti, belle e
    sontuose, come già detto che ora si aprono davano ai nostri occhi con tutte le loro allettanti attrattive che sono veramente molte, salvo i prezzi.
    Purtroppo questo e' il lato negativo, probabilmente l'unico, della vita in Nuova Zelanda. Tutto qui costa più di qualsiasi altro posto al mondo. La vita, i cibi, gli oggetti, i divertimenti. Non esiste una sola voce nell'immenso vocabolario che sta alla base dello svuotamento delle nostre tasche che qui costi meno che altrove. La spiegazione e' molto semplice: tutto
    dipende dal costo dei trasporti per coprire le abissali distanze che separano questa terra felice dai luoghi di produzione dei beni che qui, purtroppo come altrove, necessitano a tutti.
    Nel pomeriggio ci attende la visita al museo etnico, bellissimo; purtroppo troppo grande
    per essere visitato con la dovuta attenzione. A seguire il parco cittadino, altrettanto bello
    e vasto, ricco di ogni tipo di vegetazione autoctona, ma anche di quella importata a suo
    tempo dall'Europa e che in soli due-tre secoli e' riuscita ad acclimatarsi perfettamente,anzi
    persino a compiere delle mutazioni imposte dal clima locale, portando altra abbondante acqua alle teorie di Darwin che abbiamo già avuto modo di scomodare.
    Segue spettacolo etnico con danze "maori" con tanto di lance roteanti, tatuaggi tribali da
    far impallidire d'invidia i nostri "punk" più fantasiosi; occhi schizzanti dalle orbite per intimorire l'avversario e lingue estroflesse, di una lunghezza che supera il mento di diversi centimetri. Una nota di colore: le linguacce qui le fanno soprattutto i maschi; mi sto ancora chiedendo perché, ma ho già qualche legittimo sospetto.
    A spettacolo terminato, breve fermata di shopping nel quartiere "vintage" che somiglia tanto a "Portobello" di Londra; poi il mesto rientro alla nave in partenza per Wellington; oggi persino più mesto del solito. Aukland ha colpito profondamente i nostri cuori ed il rimpianto per non aver potuto approfondire la nostra conoscenza sale alle stelle.








    Dati salienti-:
    La baia, lo skyline, il porto, la città , la skytower, i jumper,
    Il parco, il museo, lo spettacolo, il quartiere vintage.
    Il rientro. La struggente partenza.
    Daniela
    dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    .....le foto!!
    Daniela
    dabi
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  10. #290
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    .....
    Daniela
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