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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #321
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    grazie Sabrina!!

    Daniela
    dabi
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  2. #322
    Moderatore L'avatar di berto
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Sidney è proprio meravigliosa grazie Dabi stai facendo un ottimo lavoro
    Alberto
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  3. #323
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ma grazie berto!!!


    domani altre belle foto!!!!
    Daniela
    dabi
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  4. #324
    Amministratore L'avatar di Ro*
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    Re: R: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Certo che i diari di Italo sono proprio belli, Dabi un lavorone il tuo con questo lunghissimo navigammo!! Un grande grazie e complimenti.
    Ciaoo

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  5. #325
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ma prego!!
    grazie a voi !!

    i nostri giramondisti sono sulla via del ritorno!!!

    Daniela
    dabi
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  6. #326
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Sydney by night!!!
    Daniela
    dabi
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  7. #327
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    - ULURU e AYERS ROCK.(Australia centrale).
    Piccola premessa: la popolazione aborigena residuante in Australia dopo la "civilizzazione"
    Inglese, oggi rappresenta l'uno per cento della popolazione totale. Questo dato la dice lunga sull'influenza che può esercitare nel tessuto sociale di un continente come l'Australia
    vasto come tutta l'Europa, ma con una densità di popolazione che non supera i due abitanti per chilometro quadrato. Se poi questa popolazione la si concentra nelle maggiori
    Città costiere come Sydney, Melburne, Perth, Adelaide, Darwin e poche altre di minore importanza, al territorio restante rimane una densità inferiore a un abitante per chilometro
    quadrato. Una densità ridicola tanto modesta da essere inferiore anche al Continente Africano; una anomalia tutta australiana,
    Ci imbarchiamo su un volo interno per Uluru, sito di particolare interesse paleontologico situato praticamente al centro geografico dell'Australia.
    Il volo durerà tre ore e mezza. sorvolo del deserto centrale. Grandi laghi salati prosciugati.
    Spettacolo incredibile; volo ballerino, ma non più di tanto. Abbiamo volato peggio.
    Arrivati a Uluru, così si chiama questa località dell'Australia centrale, territorio sacro alla popolazione aborigena, ci assale un caldo soffocante: oltre 40 gradi, per fortuna senza
    umidità atmosferica. Nugoli di mosche ci assalgono puntualmente, come ci avevano avvertiti. Infatti gli operatori aeroportuali si proteggono con retine che li avvolgono dalla
    testa al collo, sparendo dentro la camicia. Ci eravamo cosparsi di repellente; le mosche
    se ne fottono, penetrando dappertutto. Un nostro compagno di viaggio ne ingoia casualmente una e non riesce ad espellerla. Sta male, ma deve per forza mandarla giù. Cominciamo bene!
    Io la retina non l'ho trovata ne a Sydney ne a Melbourne, quindi tengo la bocca ben chiusa, con grande sacrificio, come ben sanno tutti quelli che mi conoscono.
    La nostra avventura locale inizia subito con una guida italiana; un giovane di Feltre che,
    arrivato per curiosità in questo luogo da quasi due anni, se n'è innamorato ed ha scelto
    di viverci, trovando anche l'amore. No, non una aborigena, ma una giapponese che con
    lui ha condiviso letto e scelta di vita. Contenti loro....
    Ci conduce attraverso un territorio aridissimo fino ad una località chiamata katchupu o qualcosa del genere; un nome quasi impronunciabile, molto simile ad uno starnuto. Siamo all'Interno del parco nazionale australiano; il più esteso ed esclusivo territorio per la conservazione e la tutela della cultura e dei costumi aborigeni.
    All'interno di questo vasto territorio, sacro agli Aborigeni sorgono, come per incanto dal terreno pianeggiante e stepposo, tre enormi conformazioni simili a giganteschi panettoni di color rosso scuro, come peraltro tutto il restante terreno circostante, fortemente colorato dall'ossido di ferro che in questo territorio è abbondantissimo e ne determina la colorazione.
    La loro maestosa presenza che colpisce e stupisce a prima vista è stata per molti millenni la base e l'essenza stessa della tradizione aborigena che, ricordiamolo, è totalmente priva di sistemi di scrittura. Gli aborigeni, nella loro fortissima, millenaria cultura e tradizione, esclusivamente orale, hanno costruito tutta una filosofia di vita che con grande semplicità stupisce ed affascina al tempo stesso. Occuparcene ora in questa narrazione di viaggio, porterebbe lontano e richiederebbe troppo tempo. mi limiterò a tracciarne solo le linee essenziali, scusandomi in anticipo con il lettore se diventerò pedante.
    La base della cultura aborigena, più complessa di quanto si possa immaginare, parte da
    un dato fondamentale: "non la terra appartiene all'uomo, ma l'uomo alla terra". quindi il
    territorio non può e non deve essere frazionato a beneficio di qualcuno. La proprietà individuale del terreno è un non senso, anzi per loro è proprio una violazione. Tutta la terra è invece padrona degli esseri viventi che la popolano, ma non possono e non devono cambiarla, modificarla, possederla. Questa concezione capovolge quella, comunemente accettata, della proprietà privata, così comune e radicata nel mondo, fonda le proprie ragioni sul concetto della "sacralità". Questo vuol dire che i luoghi dichiarati "sacri" dalla tradizione, non possono essere in alcun modo violati, pena tremende conseguenze. Per esempio chiunque s'impossessa di sassi, erba, rami, cespugli e di qualsiasi altra cosa appartenga all'area dichiarata sacra, corre il rischio di tremende ritorsioni da parte degli
    "Esseri ancestrali". Ma chi sono costoro??? Dai racconti delle leggende che circolano fra le nostre guide, otteniamo storie che stanno fra la mitologia, la fiaba e la superstizione. Gli "Esseri ancestrali" stanno agli Aborigeni come gli dei ed i miti dell'antica Grecia stanno alla civiltà ellenica primordiale. Sono mezzi uomini, mezzi dei, mezzi animali che possono assumere aspetti diversi a seconda delle situazioni e degli umori. Qui naturalmente assumono forme di serpenti, ragni, quadrupedi, soprattutto marsupiali.
    Le leggende, a volte tenerissime, ricalcano quelle comuni a tutte le culture e di tutte le latitudini. Il che, invece di dimostrare che davvero è esistito il supercontinente "Pangea"
    dalla spaccatura del quale sono derivati tutti gli attuali continenti e gli arcipelaghi conosciuti, dimostra, a mio modesto parere che, sotto qualsiasi latitudine del mondo,
    l'uomo ha sempre creduto nella trascendenza.
    In altre parole l'uomo ha bisogno di credere che il suo destino è legato a filo doppio a qualche volontà superiore che ne determina il corso.
    In questo remoto continente, tagliato fuori per centinaia di migliaia d'anni dal circuito della
    comunicazione e degli scambi fra civiltà diverse, la popolazione originaria, gli Aborigeni
    appunto, non si sono sottratti a questa esigenza dello spirito, portandoli ad idealizzare
    appunto degli "esseri ancestrali" dotati di poteri sovrumani, pronti a premiare, a punire,
    ad accoppiarsi fra loro, ma soprattutto con gli uomini o donne di rango minore. Il risultato?
    Il solito casino di dei, semidei, semiuomini e semianimali, tutti rigorosamente dotati dello
    stesso modo di sentire dei semplici "umani", condividendone praticamente tutti i difetti. Ne derivano quindi, amori, invaghimenti, accoppiamenti, gravidanze più o meno legittime, stupri, corna vendette ed anche un po' di omosessualità che non guasta. Come dire che "tutto il mondo è paese", ma tu guarda che scoperta!
    A questa frettolosa ed imperfetta panoramica di cultura e civiltà aborigena manca solo un pizzico di cannibalismo che potrebbe starci benissimo, ma che contrasterebbe in modo radicale con l'impostazione "animistica" che domina questa cultura primordiale, in base alla quale le proteine animali non sono al vertice delle loro abitudini alimentari, ma che li obbliga a chiedere scusa ad ogni boccone che ingurgitano ed alla pianta o animale cui apparteneva il cibo prima di essere tale. Praticamente un "rosario" rituale recitato sul cibo che ingeriscono, per farsi perdonare la violenza esercitata sul medesimo, giustificata solo dalla necessità della sopravvivenza. Della serie: "scusa se ti mangio, lo faccio per sopravvivere". Così anche la coscienza resta soddisfatta. Cosa c'è di più facile che fare
    del male al prossimo e poi pentirsi ? Per non parlare poi di altri aspetti di questo popolo arcaico che ne evidenziano aspetti a volte gradevoli, a volte teneri e spesso anche repellenti o quanto meno sgradevoli per la nostra più che consolidata cultura super evoluta.
    Parliamo, anche se brevemente della loro propensione al lavoro, praticamente uguale a
    zero. In altre parole, non hanno voglia di fare "un cazzo". Quando vivono nei loro territori,
    secondo i trattati conclusi nel tempo con i vari Governi che si sono succeduti nel tempo,
    vivono all'aperto con i loro "esseri ancestrali" dai quali ricavano ispirazione alle loro azioni,
    alle loro celebrazioni rituali, alla loro arte; a tutto questo insieme ed a molto altro ancora, ma non della voglia di lavorare. Quella mai!
    Ci raccontano di infiniti tentativi delle Auorità governative di favorirne l'integrazione, fornendo case, occasioni di lavoro, cibo e comodità della cosiddetta nostra civiltà. Tutto
    inutile; seguono caparbiamente la loro inguaribile vocazione nomade, contemplativa e favolistica della loro cultura. Se si avvicinano alle città, si accampano alle periferie, proprio com i nostri "Rom"; non accettano cibo o abbigliamento. Preferiscono effettuare qualche furterello, non per arricchire, ma per procurarsi il necessario per vivere: e se viene loro fornita un'abitazione nel tentativo di favorirne l'integrazione, la distruggono, devastandola
    in pochissimi giorni fino a renderla inabitabile. Poi, se tutto va bene, se ne vanno, tornando
    alla loro vita primitiva che a loro piace tanto.
    In compenso accettano qualche sovvenzione statale, con qualche ritrosia, magari scusandosi con il denaro ottenuto come compenso della "spoliazione" dei loro territori
    che poi tanto loro non erano, se si accetta il principio che "la terra non appartiene all'uomo,
    ma e' l'uomo che appartiene alla terra". In ogni caso...fottendosene di tutto e di tutti.
    Ritorniamo alla descrizione dei luoghi:
    le tre formazioni monolitiche che appaiono abbastanza vicine fra loro al momento del sorvolo con il nostro aereo, sono in realtà distanti alcune decine di chilometri e, a ben vedere, hanno ciascuna un proprio definito contesto che cercheremo di definire:
    Partiamo dalla vastissima pianura che le circonda: non e', come si crede, un vero deserto.
    E' piuttosto una steppa sterminata di erba secca raccolta in ciuffi alti una cinquantina di centimetri da terra, dritti, secchi, praticamente inutili anche al bestiame. Quale bestiame?
    Quello originario, cioè i marsupiali, i rettili e gli uccelli conosciuti ed accettati dagli aborigeni, perchè pecore, capre, bovini, sono stati introdotti dai colonizzatori e pertanto non accettati.
    In questa distesa erborea che farebbe la felicita' di tante capre, pecore e credo anche di
    tanti bovini, nascono spontaneamente e si distribuiscono armonicamente in tutto il territorio strani alberelli alti non più di tre quattro metri. Stelo eretto, fusiforme, pochi rami, foglie filiformi molto simili agli aghi dei pini, ma molto più morbide sottili e flessibili per trattenere meglio l'acqua faticosamente estratta da questo terreno aridissimo. Sono presenti dovunque e sembrano piantate da qualche agricoltore nel rigoroso rispetto delle distanze fra pianta e pianta. Invece no, sono piante spontanee della famiglia delle querce, ma non fanno nulla per dimostrarlo. Apparentemente non servono a nulla, ma son certo che gli aborigeni una funzione prima o poi glie la troveranno; ma ci vuole pazienza; i loro tempi sono notoriamente...biblici.
    Quindi altro che deserto, a me pare addirittura fuori luogo definire "semidesertico" questo magico territorio. La vegetazione, anche se particolare ed attrezzata per la siccità e' molto
    presente; in certi punti persino rigogliosa. Quindi "deserto" perchè? Al massimo possiamo definirlo "steppa", ma se a loro va bene chiamarlo deserto, va bene anche a me.
    Ed ora occupiamoci degli enormi monoliti rossi, almeno uno dei quali sacro, sacrissimo agli aborigeni. Gli altri due, meno importanti, hanno subito nei millenni ogni sorta di insulto climatico-meteorologico. Le precipitazioni, il vento e tutte le diavolerie atmosferiche che hanno dovuto affrontare li hanno scavati trasversalmente quasi fino a terra, formando ampi canaloni che li tagliano in diverse valli parallele, paragonabili, con un po' di fantasia, ad una torta di forma oblunga, separata in grosse fette trasversali. Quindi nella configurazione attuale si presentano come una sequenza di monoliti, allineati uno all'altro, con un gradevole effetto estetico d'insieme.
    Questa formazione plurima, meglio queste enormi fette di montagna allineate, sono chiamate "Olgas". Non so perché e, francamente, non l'ho nemmeno chiesto. Tanto sono sacre si' ma un po' meno dell'altra, quella più sacra di tutti che dista circa dieci-dodici chilometri in linea d'aria; più del doppio con la strada che le collega. Quest'ultima che si chiamava "Ayers rock" fino a poco tempo fa, ha recentemente cambiato denominazione ed ora si chiama "Uluru" nome aborigeno, risoplverato sembra per adeguarsi alla volontà dei nativi che in questo luogo dettano legge, o almeno credono di poterlo fare. E' una condizione molto simile a quella storicamente verificatasi negli Stati Uniti per i nativi di quella terra. In altre parole, la politica coloniale, sotto tutte le latitudini, obbedisce a regole ben precise: noi intanto ci prendiamo tutta la terra che ci è possibile, magari pagandola in denaro o con altri mezzi (collanine, ciondoli, ninnoli ecc), poi esercitiamo sulle popolazioni native, solitamente minoritarie, tutta la pressione legalmente possibile. Poi quando la situazione crea inevitabilmente tensioni nei rapporti reciproci, si costringe la controparte ad accettare la predominanza coloniale in cambio magari di qualche concessione che li soddisfi sul piano morale, religioso, sentimentale o altro.
    Tutto questo è sempre avvenuto, come già detto in America, in India, in Africa, in Indocina
    e dovunque l'espansionismo coloniale di ogni nazionalità, ma soprattutto inglese, si è affermato a spese delle popolazioni autoctone. La storia, come risaputo, si ripete sotto
    qualsiasi latitudine; cambiano le note, ma la musica e' sempre la stessa.
    Quindi questo vastissimo parco nazionale che fino a poco tempo fa si chiamava "Ayers
    Rock", oggi si chiama "Uluru" e tanto basta agli aborigeni. Ed anche a noi.
    Il massiccio centrale, quello piu' sacro agli "esseri ancestrali" e quindi anche agli aborigeni,
    che ne discendono, si chiama ora "Uluru"e dà il nome a tutto il comprensorio, vasto come due volte la Lombardia.
    Il nostro programma prevedeva la cena serale all'aperto nel deserto che poi, come abbiamo abbiamo visto, tanto deserto non è. Poi con un piccolo spostamento in massa, avremmo dovuto avere l'opportunità di ascoltare il "suono del silenzio"; un fenomeno del quale ci hanno parlato anche i Beatles in una loro famosa canzone. Bene, tutto ciò è miseramente saltato causa un violento temporale che ha rovesciato sulla zona tutta l'acqua che qui cade in un anno. Che culo, vero ?
    La nostra cena si svolge invece sotto un elegante gazebo predisposto nel parco del Resort a 5 stelle "Sails in the Desert" (vele nel deserto), dove ci è stato possibile assaggiare carne di canguro, schifosamente dolciastra, almeno per me; carne di coccodrillo, che proviene da tutt'altra parte dell'Australia, del pesce chiamato "barramundi" e del normalissimo agnello sul quale io mi avvento affamato, seguito dalla maggior parte degli escursionisti presenti. Non parliamo del pane; peggiore persino di quello Hawaiano, già parecchio sgradevole e papposo che si spiaccica fra le dita e di un sospetto colore grigiastro.
    L'evento, preparato con cura particolare dato il prestigio di quel "resort" a cinque stelle, al suono ritmato di un bravo suonatore di "digerydu", la tromba aborigena, difficilissima da suonare, si archivia rapidamente poiche' tutti sono sfiniti dal viaggio e ci aspetta domattina un'autentica levataccia.
    Infatti alle 5 del mattino dopo, imprecando e ancora assonnati, prendiamo posto sul bus
    turistico assistiti dal nostro Cristian da Feltre; quello del giorno prima. Ci attende uno spettacolo naturale che, ci e' stato assicurato, non ha rivali al mondo. Ci crediamo al volo, non possiamo far altro, con la sola riserva sul tempo meteorologico, vista la sfiga della sera precedente.
    Invece, a dispetto della nostra scarsa fiducia, ci accoglie un mattino dal cielo incredibilmente sgombro da qualsiasi cosa che sembri una nube. Le stelle, luminosissime, sembrano tanto vicine che par di poterle toccare. Fra tutte
    la costellazione della "Croce del sud" la cui bellezza e' difficilmente descrivibile a parole. Con un paragone un po' forzato, sembra di trovarsi di fronte alla nitidezza della "notte di
    Natale", diventata ormai icona indiscussa del più bel cielo che si possa immaginare. Gli ingredienti ci sono tutti: il deserto, il silenzio incantato, la sacralità del luogo. Manca solo
    la cometa, ma la Croce del sud fa pur sempre la sua belle figura; contentiamoci.
    Arriviamo incantati ed ancora un po' sonnolenti di fronte al massiccio sacro di Uluru, quello che per gli aborigeni più sacro non si può. La serata del "suono del silenzio" e' andata di schifo, causa pioggia e temporale. Speriamo ora di rifarci e... incrociamo le dita.
    Lo spettacolo dell'aurora sull' Uluru vale davvero la levataccia. Il nostro punto di osservazione è stato ricavato sopra una collinetta nel deserto, anzi per me della steppa, in posizione privilegiata, con il sole nascente alle nostre spalle. Tutta l'attrezzatura del sito è studiata con cura per proteggere i turisti da ragni, scorpioni e serpenti che da questa parti abbondano e non scherzano affatto. La natura circostante è pervasa da un'umidità inusuale causata dall'abbondante pioggia della sera precedente. A motivo di ciò anche gli
    insetti e gli animali pericolosi, solitamente incazzati dalla calura, si godono questa inattesa frescura nella comodità delle loro tane; persino le mosche, solitamente molto moleste, ci danno tregua. Il sole, attesissimo come un primo attore sul palco, inizia il suo ineguagliabile spettacolo:
    Alle nostre spalle un chiarore giallo-rossastro, dapprima timido, poi sempre più intenso,ci annuncia che ci siamo. Il primo raggio che riesce a superare la linea dell'orizzonte dietro le
    nostre spalle, aggredisce la montagna che ci sta di fronte dormiente e grigiastra ed in un
    lampo la incendia con un effetto cromatico che solo nelle Dolomiti può trovare un timido paragone. Ma qui lo scenario è completamente diverso; l'enorme panettone
    sacro agli aborigeni sembra prendere fuoco, ma un fuoco simile ad un ferro rovente che
    esca dalla forgia del fabbro pronto a batterlo per modellarlo. Scoppia un "oooh" di stupore
    fra tutti gli astanti. Nella mia vita ho visto ben due eclissi totali di sole e ne conservo un
    ricordo molto vivo. Qui, se possibile, è ancora meglio, pur nella completa diversità. Per giunta la montagna sacra, a causa della pioggia caduta nella notte, si ricopre di una coltre di nebbia grigiastra e consistente che fa apparire la montagna come un enorme "bignè" ricoperto della sua glassatura. Mai visto niente del genere. Ce lo conferma anche Cristian, la nostra guida, che accompagna ogni giorno i turisti in questo sito. E' tanto stupito che comincia a fotografare anche lui preso da un raptus, come se fosse il più novellino dei turisti. Mi confesserà più tardi che questo fenomeno, in tanto tempo trascorso a fare la guida di questo magico luogo, tanta straordinaria bellezza non l'aveva mai visto e tanto mi paga in compensazione per i contrattempi di ieri. Tutti i presenti, qualche centinaio, si affannano a filmare ed a fotografare questo incanto della natura, assiepandosi sulle balaustre che delimitano i confini della sicurezza del terreno. Sorgono le solite discussioni per l'occupazione dei posti migliori, ma cessano subito: se si perde tempo a discutere lo spettacolo svanisce. Quindi meglio mettersi subito calmi. Se del caso discuteremo poi.
    Dopo aver fotografato e filmato, colti da irrefrenabile frenesia, anche i particolari più insignificanti, con un po' di delusione per la brevità di tanto godimento visivo, riprendiamo
    il bus turistico che ci conduce alle falde della montagna sacra dove ci attende un percorso
    a piedi per visitare diverse caverne e fotografare i numerosi graffiti che vi si trovano che, detto fra noi, non sono poi gran che. Certi graffiti rupestri, reperibili anche in Italia, sono sicuramente meglio. Ma loro hanno solo quelli e ce li propinano come un prodotto unico.
    D'accordo, sarà unico, ma e' anche abbastanza modesto.
    Il percorso si snoda per un paio di chilometri proprio fin sotto la montagna sacra-panettone-bignè. La vegetazione lungo il sentiero, rigorosamente transennato per non contaminare la sacralità del luogo, è veramente fitta e rigogliosa, smentendo almeno
    in parte la fama di "luogo desertico". Le mosche ci danno temporaneamente tregua e numerosi uccelli ci rallegrano la visita. Sul fianco della montagna sacra si scorge, orrore, orrore, una vistosa via ferrata che si inerpica lungo una pendenza non particolarmente difficile. Oggi è chiusa perché resa estremamente scivolosa dalla pioggia di ieri. La guida ci spiega che quella via è già costata la vita a cinque persone, come evidenziato da altrettante croci molto piccole per non disturbare la sensibilità degli aborigeni che non volevano quella diavoleria che fa incazzare gli "esseri ancestrali" padroni del luogo. Meglio non provocarli; proseguiamo e dopo aver percorso a ritroso il cammino, rientriamo al bus. Ora una breve sosta nel "centro culturale aborigeno", praticamente un piccolo supermarket fotografico-turistico dove si possono acquistare souvenir, pelli di canguro, di altri animali del posto; pelli dipinte a mano dalle donne locali che di femminile non hanno proprio niente, almeno di visibile; boomerang tagliati a mano e molto altro ancora. Il tutto ben esposto in mezzo a diapositive di vita aborigena proiettata su monitor modernissimi, segno che anche in questo remoto angolo della terra è arrivata la civiltà tecnologica. Sedute a terra tre donne aborigene, orribili a vedersi, dipingono in serie le loro pelli che poi sempre pelli non sono. Infatti la finta pelle e' già arrivata anche qui, ad uso turistico, s'intende.
    I soggetti raffiguratisono sempre gli stessi: serpenti, coccodrilli, uccelli stilizzati, disegni informali che dovrebbero raccontare episodi e personaggi della loro mitologia. La nostra guida ci spiega che ogni segno, ogni pallino colorato che impiegano per tramandare la loro cultura priva di segni di scrittura, a seconda della collocazione o della sequenza dei colori, ha un ben preciso significato che loro sanno interpretare, ma non comunicano a nessuno. Sara' sicuramente cosi', ma a me pare un bella "paraculata" a scopo commerciale. Che gli "Esseri ancestrali" mi perdonino,
    Un'altra usanza degna di nota di questo popolo arcaico è che i giovani di entrambi i sessi, arrivati all'età pubere, vengono "iniziati" per poter far parte degli "adulti". La cerimonia di iniziazione è veramente lunga e complessa; si svolge in luoghi e tempi rigorosamente segreti e con una ferrea separazione fra i due sessi; maschi con maschi e femmine con femmine. Esiste anche il divieto assoluto di rivelare il rituale dell'iniziazione, pena la cacciata per sempre dalla tribù ed in casi particolarmente gravi, anche la morte. Insomma, chi fa lo scemo o il bullo e rivela il contenuto dell'iniziazione all'altro sesso, rischia parecchio. Per cui tutti se ne astengono e vivono tranquilli senza rotture di scatole.
    Provo ad avvicinarmi con la macchina fotografica in mano. Anatema! S le fotografi senza
    comprare nulla da loro s'incazzano a morte perchè credono che la fotografia gli "rubi" l'anima. Però se compri uno dei loro dipinti, abbassano gli occhi e si lasciano fotografare.
    Che gli frega, l'anima avrà pure un suo valore no? Allora bisogna pagare. Guardo meglio e
    scopro che una delle "miss" aborigena ha un folto pizzo al mento e dei baffi quasi maschili e pronunciati sotto il largo naso schiacciato. Provo istintivamente un attacco di ribrezzo, ma sul fatto che sia femmina però non ci sono dubbi. Ha due grosse tette, naturalmente in
    totale libertà che trovano sollievo alla forza di gravità, appoggiandosi al grembo; altrimenti
    sospetto che potrebbero finire sul pavimento costituito da una delle loro pelli dipinte. Una
    ulteriore conferma della sua incerta femminilità è costituita dalla voce stridula e sgraziata. Non la fotografo per non rubarle niente della sua prorompente avvenenza e neppure compro i suoi dipinti. Per oggi mi basta la repulsione.
    Volevo terminare qui la narrazione, piuttosto lunga del nostro incontro con questa "cultura
    aborigena" di cui tanto si favoleggia e poco si sa. Ma temo che farei una grave dimenticanza se non facessi un cenno su un paio di argomenti. Il primo riguarda la misurazione del tempo e dello spazio, cosa quest'ultima che date le dimensioni di questo
    Continente, grande ricordiamolo, come tutta l'Europa, pone il problema di come il popolo aborigeno, nomade per vocazione, per coltura e, molto più spesso per necessità, doveva spostarsi frequentemente, soprattutto per procurarsi nuove fonti di sostentamento, dopo aver sfruttato un territorio, utilizzandone tutte le possibili risorse commestibili, vegetali ed
    animali. insomma per sopravvivere. Cominciamo dal problema che sta alla base della pur
    semplice "scala di Maslow", ossia cibo e calore; il primo scalino di questa scala.
    L'aborigeno non ha predisposizione al lavoro;lo abbiamo già detto. Ai giorni nostri e con
    un neologismo molto appropriato, si potrebbe definire un popolo "fancazzista", me forse è
    inelegante. Diremo quindi che lavorare gli pesa. La sua alimentazione è costituita da ciò
    che gli fornisce gratuitamente Madre Terra di cui è figlio. Naturalmente con la benevola intercessione degli "esseri ancestrali", semiuomini, semianimali, semidei, sempre pronti
    ad incazzarsi e a baruffare fra loro, coinvolgendo il povero aborigeno che deve sudare
    sette....niente, poichè non indossa niente su cui sudare. Quindi raccoglie frutti, bacche radici, foglie e, quando gli occorrono proteine deve procurarsele con la caccia. Quindi
    gli servono lance, accette, bastoni, mezzi di offesa e di difesa perchè anche agli animali
    non fa piacere essere trasformati in braciole. Quindi l'aborigeno "fancazzista", non perchè
    ne abbia voglia, ma per sopravvivere, deve anche cacciare. Ma gli animali, lo abbiamo già
    detto non vogliono essere cacciati. Quelli più forti ed aggressivi si difendono a loro volta,
    cacciando e predando, ma solo se hanno fame. Quelli meno attrezzati e sfigati, fuggendo
    e poi, una terza categoria, avvelenando il fesso che li attacca. Un eco sistema quasi perfetto. L'aborigeno fancazzista si dedica più volentieri agli animali più deboli, salvo eccezioni per i serpenti ed i coccodrilli che hanno, dicono, una carne squisita. E cosa fa
    l'astuto aborigeno per rendere più fruttuosa la sua fatica venatoria, tanto necessaria quanto odiata? Cerca di radunare tante più prede quanto può in un solo luogo, per massimizzare il risultati della sua fatica. Quindi s'inventa uno strumento per spaventare
    la selvaggina e convogliarla nel punto più opportuno per catturarla. Intendo parlare del
    "boomerang" che non è, come comunemente si crede, un'arma per uccidere, ma solo per
    spaventare. Inoltre, per fare meno fatica, lo costruisce e perfeziona in modo che, dopo aver svolto la sua sporca funzione di terrorizzare l'animale, ritorna nelle mani del suo lanciatore che non fa neppure la fatica di chinarsi a raccoglierlo. Dal lato opposto del punto
    dove viene indirizzata la preda mediante il boomerang che la spaventa, ci sono i validi
    e prodi cacciatori forniti di lance ed altri strumenti di morte che fanno il resto. Poi tutti
    contenti intorno al fuoco a spartirsi il bottino alimentare. E tutti satolli e contenti, quando
    possono, con la pancia piena, si accoppiano e si addormentano con la benedizione degli
    "esseri ancestrali" che a loro volta fanno le stesse cose.
    L'altro mistero dicevo, riguarda lo spazio-tempo. Come si orienta l'aborigeno che si muove, soprattutto di notte, quando la temperatura soffocante del giorno dà un po' di tregua, anzi scende con la tipica escursione termica dei deserti? Semplice, si orienta con
    le stelle ed è bravissimo a trovare la strada; ma per misurare lo spazio-tempo? Ancora
    più semplice: s'inventa delle "nenie" ritmate della durata ben definita e comincia a cantarle, cadenzando il suo passo sul ritmo che sta cantando. Quando ha finito la nenia sa che ha compiuto un determinato percorso, orientato dagli astri notturni; più raramente dal sole. Quindi è arrivato nel luogo in cui voleva arrivare, oppure ricomincia un'altra nenia, alla fine della quale e' sicuro aver effettuato un altro ben preciso percorso. Geniale, no? La nostra Guida afferma che questo modo di misurare gli spazi ed il tempo, ha raggiunto fra gli Aborigeni un elevato grado di precisione; e c'è da credergli.
    Terminata la visita cultural-shoppistica al centro di cultura, badando bene di non "rubare"
    nulla di ciò che fa arrabbiare i nativi, dobbiamo rientrare nella cruda realtà. Ci attende il
    Bus turistico che ci ricondurrà all'aeroporto e poi, in volo fino a Melbourne, ripassando da Sydney poichè non vi è un volo diretto da Uluru a Melburne.
    Nel lasciare questo luogo incantato in cui natura e uomo originario combattono la loro strenua battaglia contro il "progresso" e la "civiltà" dei bianchi, porteremo sempre un nostalgico ricordo, sperando che loro, la natura ed i nativi, vincano la battaglia.
    Il Pilota del nostro aereo ci regala ancora una splendida visione dall'alto di Uluru e delle
    sue meraviglie. Poi le nubi inghiottono tutto, aereo compreso. a Melbourne ci attende la
    Civiltà bianca con le sue delizie. Per noi si chiamano "Hotel Crown Promenade". Dicono sia un gran bell'albergo. Speriamo; per ora di civiltà aborigena abbiamo fatto il pieno.



    Premessa. Viaggio. Arrivo. Temporale. Giro esplorativo.
    Serata sotto il padiglione. Alba a ULURU .sensazioni. Giro culturale;
    Rientro a Melburne.
    Albergo Crown Promenade.
    Casino'.
    Daniela
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  8. #328
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    foto!! mmmm belleeee!!!!
    Daniela
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  9. #329
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ........
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  10. #330
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    .....
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