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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #401
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012



    :K
    Daniela
    dabi
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  2. #402
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    PHUKET..
    Daniela
    dabi
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  3. #403
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    - PHUKET (THAILANDIA) (2 gg).
    Alzi la mano chi nella propria esistenza, breve o lunga che sia, non ha mai favoleggiato della Thailandia, dei suoi favolosi panorami, della giungla, degli elefanti, dei templi buddisti con i tetti a pagoda popolati di scimmie dispettose, dei locali dediti ai massaggi più osé.
    Bene tutto questo noi di Costa Deliziosa non l'abbiamo visto; perlomeno non nella
    Thailandia continentale. Infatti per scelta programmatica di Costa Crociere il nostro unico
    scalo in Thailandia è nell'isola di Puket situata come un'appendice proprio di fronte alla
    punta più meridionale di quella nazione, un tempo chiamata "Siam". Nel cambio non credo
    che ci abbiamo perso. Infatti, pur non avendo termini di raffronto, sono personalmente convinto che in questa isola favolosa vi sia un concentrato di tutte le attrattive turistiche,
    paesaggistiche, artistiche, spirituali e "rilassanti" di cui la nazione thailandese è sempre
    andata fiera.
    Arriviamo con la consueta puntualità nella rada di Puket alle 13. Per suggerimento dell'Ufficio Escursioni di bordo, abbiamo già consumato sulla nave il pasto meridiano.
    Il tempo di stabilizzare la nave sulle ancore e già le prime scialuppe cominciano il loro
    viavai verso terra colme di escursionisti. Già, perchè a Puket non c'è un approdo in banchina, anzi non c'è proprio la banchina e le scialuppe di servizio ci scaricano su un
    lunghissimo quanto traballante imbarcadero galleggiante che ci permette di scendere
    sulla spiaggia.
    Veniamo letteralmente aggrediti da nugoli di addetti alle escursioni. In pratica si tratta di
    "assistenti" delle guide ufficiali che, dall'alto del loro "rango",si limitano dignitosamente a coordinarli. Termine questo assolutamente eufemistico perché anche in questo remoto angolo del globo, per ragioni di difficile comprensione, le differenze sociali, le divisioni in
    "caste", in ruoli, in clan, le aggregazioni di gruppo, sovente legate da affinità elettive,
    si formano spontaneamente e si consolidano per tradizione o per necessità fin quando
    perdura la condizione che le ha generate. Il fenomeno di queste "aggregazioni" è stato oggetto di approfonditi studi da parte dei sociologi, ma tutto questo non è l'oggetto di questa narrazione, anzi me ne scuso profondamente con il lettore.
    La confusione che ci accoglie al momento dello sbarco è enorme. La spiaggia è contornata da un lungomare a ferro di cavallo che incornicia praticamente tutta la baia. Il punto del nostro sbarco e'affollatissimo di gente locale dalla pelle molto scura, dalla statura modesta e da una gran voglia di fare affari con questi provvidenziali turisti sbarcati dalla grande nave bianca che staziona in rada e che si fermerà purtroppo solo due giorni. Quindi dai a vendere; a proporre; a tirare i turisti per la giacchetta per offrire ogni genere di merci e di servizi, sì, proprio anche quelli che state pensando voi che leggete. D'altronde questo genere di servizi non ha un gran bisogno di sponsorizzazioni dal momento che i "locali" dove si svolgono le suddette attività, sono ben presenti sull'altro lato del lungomare, con tanto di insegne. Intendiamoci, le insegne sono piu' o meno simili a quelle che si vedono anche nelle citta' europee; fin qui non c'è di che stupirsi. Solo che qui, come
    vuole la letteratura promozionale sui "siti" d'interesse turistico, le insegne sono molto più vistose e piu' esplicite che altrove. Paese che vai...!
    Per il vero, la maggioranza degli insistenti "assalitori" che ci circondano è costituita da tassisti più o meno abusivi che propongono i loro servizi a prezzi competitivi, sicuramente concorrenziali con quelli dei bus turistici che ci stanno aspettando. Ma noi non abbiamo più scelta; la nostra escursione è prenotata da tempo. I bilanci li faremo dopo.
    La prima tappa del nostro bus è a "Belvedere Marina", una delle zone turistiche più suggestive dell'isola, posta a media altezza, come una strada di cornice che appare al visitatore all'improvviso, dopo alcune strette curve di una strada litorale davvero tortuosa ed in pessimo stato di manutenzione, piena di sobbalzi ed ingolfata di veicoli.
    Per contro il panorama è veramente bello; si domina da quel punto un'ampia baia circondata da palme e vegetazione tropicale che fa da cornice ad una spiaggia non molto profonda, attrezzata con gazebi e lettini prendisole. Dicono si tratti della spiaggia più prestigiosa per i frequentatori abituali ed i turisti d'alto bordo. Non per noi quindi che se dovessimo fermarci perderemmo le altre attrattive dell'isola che secondo le nostre guide dovrebbero essere molte.
    Annotiamo quindi questo luogo nel nostro virtuale libro dei desideri. Se ci capiterà di tornare non mancheremo di rispolverarlo, molto volentieri.
    Da quel punto la strada panoramica comincia a scendere, sempre fra una interminabile serie di curve che mettono a dura prova gli stomachi degli escursionisti. Si notano ai lati della strada incredibili matasse di fili elettrici intorno ai pali di sostegno delle linee di
    distribuzione. E' un triste spettacolo che abbiamo già incontrato in moltissime località
    da noi visitate, comprese alcune negli Stati Uniti, soprattutto nelle periferie urbane, ma
    qui, non meno che in altri paesi a fortissima vocazione turistica come i Caraibi, il fenomeno
    assume aspetti veramente sgradevoli, oltre a costituire un serio fattore di rischio per la
    sicurezza degli utenti.
    Ma andiamo oltre; ci aspetta la visita ad un tempio buddista, forse il più importante dell'isola dove arriviamo abbastanza velocemente.
    L'accoglienza locale è veramente avvolgente: Fuori dal tempio staziona una moltitudine di
    bellezze locali, avvolte in ricchissimi costumi che ne evidenziano le delicate forme.
    Le ragazze, sapientemente truccate, sono veramente come si vedono nei volantini pubblicitari o nei documentari che ci propina Licia Colò su Rai 3. una vera festa per gli
    occhi. Stazionano fuori dal tempio, lungo l'ampio porticato dove si affollano venditori di
    souvenir, di collane di fiori freschi e di ogni altro genere di oggetti ricordo.
    A tanta parata di bellezze femminili, fa da contraltare e da "moderatore" la presenza di
    campioni maschili della fauna locale. Sono mediamente di statura assai bassa e molto,
    molto brutti. La natura, tanto prodiga di bellezze verso la componente femminile, è stata
    davvero assai poco generosa con i maschi thailandesi. Con qualche eccezione però: proprio mentre con altri amici escursionisti, maschi naturalmente, stavamo commentando la bellezza straordinaria delle suddette ragazze di accoglienza, aggraziate, sorridenti, molto eleganti nei loro splendidi costumi, un malizioso "esperto" di cose thailandesi che era già alla sua seconda o terza esperienza di viaggio a Puket, ci suggerisce maliziosamente di moderare il nostro entusiasmo dal momento che sotto quei meravigliosi costumi potrebbe celarsi qualche.... sorpresa. La nostra reazione non si è fatta attendere: infatti proprio vicino a noi stazionava una splendida creatura dalla pelle vellutata, dai lunghi capelli neri raccolti sulla nuca e con un trucco a dir poco folgorante. A dire il vero dallo spacco del costume verso la caviglia robusta, spuntava una discreta peluria; più che discreta. Un sorriso di compassione comparve immediatamente sui nostri volti. Forse il turista "esperto" non sapeva che le signore, sotto ogni latitudine, soffrono sovente di peli superflui sulle gambe e...non solo. Inestetismo che provvedono ad eliminare con cerette ed altre diavolerie. E poi l'oggetto della nostra ammirazione era portatrice di un paio di tette da far invidia a Valeria Marini. Ma il nostro esperto interlocutore non mollava ed insisteva parecchio. Per tagliare la testa al toro non restava altro da fare che intervistare direttamente la bella "gheisha".
    Quando però dal possente torace della bella ed elegante "tettemunita" oggetto della nostra attenzione, esce un "welcome" tonante, tanto profondo da far impallidire di vergogna un vero baritono della Scala, tutte le nostre riserve cadono miseramente e non ci resta che scusarci con il nostro occasionale compagno di escursione. Tuttavia, con una piccola cattiveria finale gli poniamo una domanda vigliacca: "ma non sarà che tu lo sapevi per averla già frequentata"?. Non ci da' alcuna risposta, ma il nostro entusiasmo di maschi repressi in materia di bellezza femminile thailandese da questo momento deve subire un'attenta, necessaria, soprattutto prudente riflessione.
    Tralasciamo ora le facili digressioni sui "travestiti" di Puket e rientriamo nel più normale
    ruolo di turisti.
    Varcata la soglia del tempio, lo scenario e l'atmosfera cambiano radicalmente.
    Bisogna riconoscere che indipendentemente dagli stili di vita civile che conducono i seguaci di tutte le religioni orientali, quando si tratta di sentimento e di pratica religiosa non scherzano.
    Intanto lo scenario, indescrivibilmente bello sia dal punto di vista dell'impatto visivo, sia
    della condotta e dell'atteggiamento dei fedeli che frequentano i loro luoghi di culto. Non
    si può non ammirare questi orientali, peccatori e lestofanti fin che si vuole; mariuoli persino, sovente per sopravvivenza. Questi esseri che se incontrati nelle loro strade, intenti alle normali occupazioni quotidiane per procurarsi la sopravvivenza, possono suscitare sentimenti diversi e contrastanti, dall'ammirazione al disprezzo, quando varcano la soglia del loro tempio, quale che sia, si trasformano e si annientano di fronte alla loro divinità in modo talmente umile, sincero e convincente che non si può fare a meno di
    ammirarli con tutto il cuore.
    Al confronto noi cristiani, di qualsiasi confessione o credo, possiamo solo provare ammirazione. Non mi è mai capitato di visitare un tempio orientale, comprese le moschee e vedere persone che chiacchierano, commentano, ridacchiano, criticano, disturbando i vicini desiderosi di silenzio e concentrazione, dimenticano i cellulari accesi eccetera eccetera. Tutto questo invece, inutile negarlo, accade purtroppo nelle nostre chiese, a qualunque confessione appartengano.
    Tornando al tempio buddista di cui si è già detto, pur non essendo sontuoso come quello
    visitato a Singapore, non si può non ammirarne l'aspetto coinvolgente che "acchiappa"
    subito chiunque vi entri. Arredi coloratissimi, armoniosi, persino allegri, perchè non è detto
    da nessuna parte che si debba pregare in luoghi tristi, anzi. Fiori freschi, continuamente
    rinnovati a cura degli addetti di entrambi i sessi, premurosissimi e sorridenti; persino
    disponibili a piccoli servizi come la custodia degli oggetti di cui è vietata l'introduzione. Una
    meraviglia.
    Al centro, come gli compete per antica dignità acquisita ed indiscussa, si erge la grande
    statua del Buddha nella sua versione più classica, quella del "loto". Ricordiamolo per rinfrescare la memoria: il Buddha non si e' mai dichiarato "dio", ma solo uno che e' alla ricerca del "trascendente".
    Tutto intorno le piccole candele votive , i consueti omaggi alimentari destinati ai monaci che qui si chiamano "bonzi" ; insomma nulla di particolare salvo, come già detto, la magica atmosfera che avvince non tanto per l'esotismo del luogo quanto per la leggerezza del pensiero che questi luoghi liberano nella mente.
    Archiviato il magico momento spirituale, ora ci attende, manco a dirlo, una sosta obbligata ad un mega centro orafo che, guarda caso, si trova proprio lungo il nostro itinerario. Queste visite rievocano inevitabilmente le nostrane ultrasperimentate vendite di pentolame e di casalinghi in genere. Fortunatamente qui l'oggetto del desiderio, anzi gli oggetti, sono i gioielli e questo fa diminuire drasticamente gli sbuffi di sopportazione delle signore presenti; anzi li annulla del tutto. Al contrario la componente maschile aggrotta le ciglia
    seriamente preoccupata dell'imminente saccheggio alle carte di credito. E' più che normale, non vi pare?
    Il centro di cui ci ha parlato al nostra guida, thailandese DOC, è veramente all'altezza della descrizione che ci è stata fatta: accoglienza di lusso; personale in elegantissima divisa marrone bruciato; commesse molto belle, pochissime autenticamente thailandesi; commessi meno brutti dei thailandesi medi e comunque dall'aspetto ultraprofessionale. Il lay-out, cioè l'impatto con il mega negozio che si sviluppa su due livelli, è estremamente gradevole: sapiente gioco di illuminazione specialmente delle vetrine interne di esposizione dei preziosi; perchè di preziosi realmente si tratta. Insomma, molte delle sopracciglia maschili aggrottate per la preoccupazione, si distendono un pochino, tanto quanto basta per permettere alle signore di aggredire le suddette carte di credito, ma con molta moderazione però.
    Riguadagnamo il bus che ci aspettava pazientemente sul piazzale. Si leggono facilmente
    le espressioni di soddisfazione sui volti delle signore che hanno fatto acquisti. Le altre si
    dividono equamente in due categorie: quelle che non avendo acquistato manifestano un
    evidente pentimento, peraltro tardivo e quelle che invece sdegnosamente criticano le prime, quelle che hanno acquistato qualcosa che magari...altrove si poteva trovare di
    meglio ed a miglior prezzo. Inutile negare, il mondo va proprio così.
    E' ora di rientrare alla nave. Deliziosa ci aspetta per la cena e poi, chi se la sente, può di
    nuovo scendere a terra. Le attrazioni non mancano e le scialuppe faranno la spola fino alle
    due di notte; una cuccagna.
    Scendo anch'io, naturalmente solo, come richiede la fama della località, però con tanto di permesso. Bontà della mia Compagna.
    Mi spinge una più che naturale curiosità di "conoscere" dal vivo la "movida" e la fama di
    quest' isola di cui si favoleggia in tutto il resto del mondo. Per contro mi preoccupa un po'
    l'aspetto meno rassicurante di quella località di cui ugualmente si parla molto. Mi preoccupa in particolare la possibilità di scontare duramente in termini di salute questa
    curiosità.
    Mi viene incontro un'insperata circostanza giustificativa di entrambe le pulsioni: Incontro
    casualmente sulla scialuppa, insolitamente semideserta che ci porta a terra, una eterogenea combriccola composta dal primo maitre di bordo, dalla responsabile del personale di cabina, dalla responsabile dei baristi di bordo con tanto di fidanzato al seguito e della responsabile del più importante negozio di bordo. Una compagnia più che qualificata, composta da persone che ormai mi conoscono benissimo, con le quali da tempo ho stabilito rapporti di amicizia e stima. Non passa un'istante: mi coinvolgono immediatamente con un irrinunciabile invito ad aggregarmi a loro che scendono per "bere qualcosa insieme". L'invito è cordiale, pressante, anzi, cpme gia' detto, irrinunciabile perchè, essendo solo, non avrei potuto opporre alcuna altra motivazione rifiutando, senza suscitare più di un sospetto. Così, un po' vigliaccamente, un po' ringraziando la Provvidenza, un po' per ripararci da uno scroscio improvviso di pioggia tropicale che ci sorprende appena sbarcati, mi aggrego a loro e ci fiondiamo in un pub dove alcuni di
    loro trovano il coraggio di consumare una porzione di gamberoni che sinceramente a me
    fanno un po' nausea. Gli altri, ed io con loro, si accontentano di bere un paio di birre a testa. A mezzanotte meno un quarto siamo nuovamente tutti a bordo. Altro che "movida"!Gli altri aspetti di Phuket, quelli di cui tanto si favoleggia, li scoprirò un'altra volta, sempre se ci sarà.
    Il secondo giorno a Puket si presenta con un programma davvero impegnativo: escursione
    di un'intera giornata all'isola di James Bond. Un nome più che intrigante.
    Ci preleva a terra il solito bus turistico che dopo una buona mezz'ora di strada, ci scodella
    su una spiaggia dall'aspetto assai attraente; è il nostro punto d'imbarco.
    In riva al mare sono allineate in bell'ordine una dozzina di imbarcazioni dall'aspetto molto aggressivo. Alcune sono dipinte con colori sgargianti ed hanno dipinto sulle prore pittoreschi musi di squalo con tanto di denti acuminati. La loro capienza è di circa cinquanta persone ciascuna; praticamente l'intero contenuto di un bus turistico. Il solito rituale di venditori ambulanti che vogliono rifilarti di tutto, poi, con un po' di pazienza la confusione si calma e si prende posto a bordo. Avevo visto bene; si tratta di motoscafi d'altura con motori ultrapotenti. La durata della traversata fino alla nostra meta dovrebbe aggirarsi intorno a un'ora e mezza; vedremo.
    L'equipaggio è composto da un giovane thailandese, bellissimo direbbero le donne; porta una bandana multicolore che lo fa somigliare ad un pirata malese. Infatti, si scatena immediatamente un po' di competizione fra le signore per guadagnare il posto più vicino a lui. Vince, un po' prepotentemente, una signora lardosa che si installa trionfante al suo lato. L'altro, il mozzo se così si può dire, addetto ai servizi è invece orrendo; uno scarrafone. Perdippiù non dice una parola se non nella la sua lingua o dialetto che sia. In compenso si fa capire a gesti, molto bene. Ah, quasi dimenticavo: il nostro accompagnatore è italiano: si chiama Sergio: è un bravissimo ragazzo e fa pare dell'Ufficio Escursioni di bordo, ma non sa una mazza della nostra escursione visto che non è mai stato a Puket. Il suo compito è assai semplice: tenere unito il nostro gruppo, evitando che
    si perda qualcuno. Cosa tutt'altro che difficile in queste isolette sperdute piene di insidie.
    Il motoscafo prende il largo con tutta la potenza che gli consentono i suoi generosi motori. Per fortuna il mare è un olio e lo sbattimento è più che tollerabile. In lontananza si intravvedono numerose isole disposte quasi in cerchio; alcune piccole o piccolissime,
    altre più grandi ed imponenti con alte montagne di cui si vede chiaramente il profilo. E' là che ci dirigiamo; ma le distanze in mare si sa, sono grandi anche quando si è in vista di terra.
    Man mano che ci avviciniamo a questo strano arcipelago a forma di cerchio si ha quasi l'impressione che si tratti di ciò che resta di un antico sistema vulcanico collassato in mare
    nel corso dei millenni. Ma se anche fosse così, a parte la difficoltà di dimostrarlo in modo
    scientifico, a noi poco importa; noi siamo qui per ammirare queste terre che si dice siano
    bellissime e non vediamo l'ora di poterle visitare.
    Prima però dell'approdo sulla spiaggia....promessa, il nostro motoscafo ci propone una
    invitante sosta in un villaggio di (ex) pescatori. Si tratta di un interessantissimo insediamento umano dalle tradizioni plurisecolari, sorto su palafitte per ragioni difensive, a
    vocazione inizialmente pescherecce, oggi completamente trasformato in un bellissimo e
    folcloristico villaggio multicolore dedito al piccolo commercio, alla ristorazione, allo svago
    ed all'attrazione turistica. No, tranquilli, a quell'altra cosa no, non c'è abbastanza spazio.
    Approdiamo alle palafitte, proprio come avverrebbe a Venezia, legando il motoscafo ad
    un palo più sporgente rispetto agli altri. Ci addentriamo sulle sconnesse assi del pontile,
    ricoperte da una passatoia piuttosto malconcia. Davanti a noi si apre un mondo insospettato di veri e propri ambienti molto simili ad un "suk" arabo. Pur essendo separati
    da corridoi di passaggio, sono separati fra loro da virtuali pareti di tessuto o da traballanti balaustre di legno che rendono difficile al visitatore persino l'individuazione della persona competente alla vendita. Infatti vendono di tutto nel campo dell'abbigliamento locale, dai souvenir al conchigliume ai magneti e tante altre cose che renderebbero lunghissimo e noioso questo elenco. Un festival di colori e di odori, non sempre gradevoli, che stuzzicano occhi e narici dei turisti che si affannano a fotografare ogni cosa o persona che incontrano. Una interessante nota di colore: molte delle graziose commesse che si affannano a servire gli avventori portano in testa vistosi "chador" segno inequivocabile della loro fede islamica. La cosa mi incuriosisce non poco e scopro che sono le discendenti di antiche scorrerie piratesche che persino in queste sperdute terre hanno lasciato segni considerevoli del loro violento passaggio e queste ragazze in chador ne sono testimonianza.
    Solo che nonostante i numerosi attriti fra buddisti ed islamici che notoriamente non si amano, in questo piccolo villaggio di trecento anime sospeso sull'acqua non c'è spazio per le diatribe religiose. Non possono permettersi risse o battaglie; pertanto hanno deciso che è meglio andare d'accordo. Infatti così è.
    Il nostro capitano-pirata della Malesia, al momento dell'approdo, era stato categorico: " la
    sosta durerà 45 minuti esatti; trascorso tale termine chi c'è c'è, io parto". E così, sotto la
    minaccia di essere lasciati sulle traballanti palafitte, ci affrettiamo a riguadagnare il nostro
    scafo, memori che la vera meta è la famosa "Isola di James Bond". Però, che belle le
    palafitte. Ed anche le graziose commesse in "chador"!
    Ancora una mezz'ora di mare, passando per stretti passaggi fra le isolette, quasi tutte disabitate, di incredibile bellezza paesaggistica, con pareti a strapiombo, piccole calette
    dotate di spiagge altrettanto piccole, ornate da vegetazione fittissima, soprattutto mangrovie; piccole bomboniere della natura, visitate ed abitate da uccelli predatori molto
    simili alle aquile americane, ma senza la testa bianca che, infastiditi dal rombo dei nostri
    motori, lasciano i loro nidi con un lento volo per spostarsi in altri angoli più tranquilli. Poi,
    come d'incanto, ci troviamo dinnanzi il famoso "fungo" così ben descritto per immagini
    nel film con Sean Connery e Ursula Andress, rimasto pietra miliare nella storia cinematografica e, perchè no, anche nell'immaginario erotico-avventuroso di generazioni
    di maschi sognanti.
    E' una formazione rocciosa del diametro di una trentina di metri o giù di lì; ricoperto di vegetazione dalla sommità fin quasi al livello dell'acqua. Se non avesse addosso tutto
    quel verde, potrebbe sembrare un'enorme "bricola" della laguna veneziana pronta per
    offrire ormeggio alle imbarcazioni in transito. Ma qui ogni paragone con altre località da
    me conosciuta è improponibile. Come si dice in gergo sportivo, non c'è partita.
    Questa meraviglia non teme raffronti: impreziosita dalle altre isolette che le fanno cornice è la cosa più bella e fascinosa che mi sia mai stato dato di ammirare sul mare. Anche gli altri escursionisti presenti sulla nostra imbarcazione condividono questa valutazione.
    Tutto all'intorno del "fungo meraviglioso" si aggirano canoe multicolori che sono le uniche
    imbarcazioni turistiche ammesse ad avvicinare tanta meraviglia. Sono condotte fin qui da grosse imbarcazioni della dimensione di un peschereccio che non si possono avvicinare e calano in acqua gli appassionati con tanto di canoa a noleggio, attendendone poi il rientro a rispettosa distanza.
    Confesso sinceramente di aver avuto una fortissima tentazione di noleggiare anch'io una
    canoa. Me ne sono astenuto anche per non turbare i delicati equilibri della nostra barca e
    poi perchè il nostro "barcaiolo" non ce lo avrebbe sicuramente concesso; infatti il nostro
    programma non lo prevede.
    Proseguiamo quindi, lasciandoci alle spalle tanta meraviglia della natura e finalmente, dopo una trentina di minuti, ecco apparire, proprio davanti a noi la spiaggia...promessa.
    Sabbia bianchissima, accecante; mare "forza olio"; palme, mangrovie, qualche gazebo rigorosamente di legno ricoperto di foglie di palma; linea fronte-mare sgombra di qualsiasi
    orpello che possa svilirne la selvaggia bellezza. Festa autentica per gli occhi.
    Il nostro motoscafo ed anche quelli che trasportavano i turisti degli altri bus, vanno ad ormeggiare, anzi a "spiaggiare" molto più in la', in una specie di parcheggio dedicato, per non rovinare il panorama che continua ad essere impreziosito dalle sagome, ormai abbastanza, lontane delle isolette che abbiamo appena passato.
    Scendiamo velocemente su quella meraviglia di spiaggia, incuranti del fatto che chi indossa ancora scarpe e calze le inzuppa irrimediabilmente di acqua marina. Non e'
    certo il mio caso che ho i piedi scalzi fino dalla partenza. Non mancano naturalmente le
    proteste da parte delle solite rompiballe che inevitabilmente ci sono in ogni gruppo. Forse
    si aspettavano che il "pirata malese-pilota" o il suo bruttissimo mozzo le prendessero in braccio. Speranza vana; loro sono già con la testa altrove, probabilmente hanno già adocchiato il ricchissimo buffet che ci è stato preparato subito dietro la prima linea delle
    palme e delle mangrovie. Si sente già il profumo dei gamberi e dei pesci sulla brace. Ed
    allora chissenefrega delle scarpe bagnate e delle rompiballe; tutti all'assalto delle cibarie, come un sol uomo. Prima lo stomaco e le sue esigenze, alle scarpe penseremo dopo.
    Bisogna riconoscere che l'Agenzia che ha curato la nostra accoglienza ha fatto le cose in
    grande. Il buffet è ricchissimo; ben organizzato su parecchi tavoli per non allungare troppo
    le code: Infine tutti a tavola; all'ombra di palme e mangrovie e di qualche gazebo. Che "figata"!
    Una volta riempito fino all'inverosimile il mio piatto di ogni cosa buona che ho trovato nel
    buffet, in particolare dei gamberoni giganti, mi prende un raptus balneare troppo a lungo represso. Copro accuratamente il piatto, affidandolo ai commensali che si prestano a far
    da guardia e mi precipito in acqua. Bella, fresca, fin troppo fresca, trasparente, da bere!
    C'è solo un problema: appena a due metri dalla battigia si viene investiti con violenza da una corrente insospettata, veramente fortissima e traditrice. Altri escursionisti che hanno avuto la mia stessa idea, entrando in acqua prima di me, sono già alle prese con problemi di rientro a terra. Non avevo mai visto una corrente di tanta forza a così breve distanza da riva. Fortunatamente gli "indigeni" che conoscono bene il problema hanno steso lungo la
    spiaggia, ogni duecento metri circa delle cime ancorate saldamente sul fondo, in modo che, in assenza di bagnini, categoria sconosciuta in queste terre, i malcapitati che non sanno della corrente, intruppano nelle provvidenziali cime e, maledicendo il momento in cui sono entrati in acqua, riescono a riguadagnare la riva e badando bene a non rientrare se non attaccandosi preventivamente alle provvidenziali funi galleggianti per evitare il peggio.
    Comunque a me, credo per puro caso, non è capitato tutto questo. Avendo avuto la fortuna di osservare quelli che fantozzianamente mi avevano preceduto, mi sono spostato
    di un bel po' a monte di una delle suddette cime e, quando la corrente mi ha ghermito come tutti gli altri, mi sono lasciato andare fin quando ho "intruppato" nella cima provvidenziale. Geniale no? Poi, non appena smaltita buona parte del calore accumulato in barca, sempre aggrappato alla cima suddetta, ho riguadagnato la spiaggia e, subito dopo, mi sono avventato sui gamberoni alla brace che mi aspettavano con tutte le loro deliziose salsine stuzzicanti.
    Consumato il generoso e gustosissimo pasto, cosa può capitare ad un essere umano che
    si trova nell'anticamera del "paradiso terrestre"? Gli prende naturalmente un "abbiocco"
    della malora. Ed è proprio quello che è capitato al sottoscritto che, vergognandosi come un ladro della sue debolezze, con la scusa di far pipì, si è nascosto fra i rami di una provvidenziale mangrovia e, nel giro di pochi secondi si è addormentato.
    Ora non sono più in grado di dire quanto sia durata la mia "pennichella". Non saprei neppure dire se ho sognato o se ho avuto delle allucinazioni da "digestione laboriosa",
    ma sarei disposto a giurare che ho visto sorgere dall'acqua, a brevissima distanza da me,
    in totale solitudine, la venerea figura di Ursula Andress con il suo mitico bikini bianco e bagnato, quindi semitrasparente, che poco o nulla lasciava all'immaginazione. Ma è stata solo questione di un attimo; poi il chiacchericcio e le risate dei commensali che si attardavano a tavola mi hanno riportato alla realtà. Deve proprio essere stato un sogno.
    Il tempo restante prima di riprendere la via del ritorno lo passo ad esplorare il retro-spiaggia e scopro un mondo assai simile a quello di tanti altri posti esotici in cui siamo già
    passati: ai Caraibi, alle Awaii, alle Samoa, alle Fiji eccetera. I "dietro le quinte" dei ristoranti all'aperto somigliano un po' tutti; quindi inutile descriverli, anzi no, devo segnalare una interessante curiosità: qui nell' "aia" dove si affaccendano nugoli di "sguatteri nativi" intenti a riassettare pentole e stoviglie, non razzolano normali polli o papere o altri animali da cortile; qui si aggirano, in numero considerevole, splendidi pavoni dalle piume bellissime e dalle code esageratemente lunghe. Razzolano in tutta tranquillità come fossero dei comunissimi polli, ma con una incomparabile eleganza nei movimenti. Sembra quasi siano consapevoli della loro bellezza. La sorpresa per me è grande e, dominato dalla curiosità, mi metto a seguirne qualcuno nella speranza di vederne la ruota e magari riuscire a fotografarla, non si sa mai. Purtroppo nessuno degli eleganti e sdegnosi uccelli mi concede tale soddisfazione e, mio malgrado debbo rientrare perchè le voci insistenti dei miei amici commensali mi richiamano alla spiacevole realtà: bisogna risalire in barca ed il "pirata malese" sta dando segni di nervosismo. Forse meglio così; se penso che i nativi queste meraviglie della natura le mangiano anche, potrei anche incazzarmi. Le loro ruote andrò forse a vederle altrove, dove la bellezza trova maggior considerazione.
    Il rientro alla nostra nave non ha un gran storia: lo scenario che ci ha affascinato all'arrivo, è lo stesso. Diverso invece lo spirito; vorrei vedere il contrario. Folle di pensieri assalgono la mia mente; la nostalgia prevale su tutti. Forse solo un po' più intensa di quanto mi è accaduto in molte delle località che abbiamo fin qui visitato. Si aggiunga uno struggente tramonto che mi trattiene estasiato sul ponte fino all'ora di cena. Solo il triplice rauco saluto della sirena di Deliziosa all'isola di Puket che si allontana, mi distoglie dall'incanto e mi riporta alla realtà. Provo allora ad attenuare la nostalgia, scegliendo a caso un pensiero frivolo e malizioso:
    Chissà se le signore che hanno rovinato le scarpe nell'acqua salata, scendendo a terra sono ancora incazzate? Se si' peggio per loro.
    Ora basta con Puket, la nostra prossima tappa è Colombo, la capitale dello Sri Lanka. Fra
    due giorni di mare.







    1* giorno
    Arrivo h13 LT. Excurs.isola.Mercatini.
    Belvedere Marina. Spiagette. Tempio
    Buddista. gioielleria famosa.Rientro.
    2* giorno.
    Exc. Isola di James Bond. Villaggio
    Pescatori su palafitte. Paesaggi da
    Scenografia film. pranzo su isola....
    .................. A bordo mare fra le
    mangrovie. Marea discendente.
    Rientro e partenza..
    Daniela
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  4. #404
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    fotoo
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  5. #405
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Questa è la baia di Phang Ga, ci sono stata anche io ed è meravigliosa, è stato girato il film di 007.

    Mi piace sempre di piu' questo giro del mondo!!
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  6. #406
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Sono davvero posti meravigliosi e incantevoli!!

  7. #407
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    io mi sono davvero affezionata a questo giro del mondo

    quando penso che manca meno di un mese
    alla fine mi sembra impossibile che sia passato cosi in fretta!!

    e' un esperienza unica !!
    Daniela
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  8. #408
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    in navigazione verso colombo

    Sri Lanka
    Daniela
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  9. #409
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    COLOMBO (Sri Lanka).
    Colombo, isola di Ceylon, solo che oggi si chiama "Sri Lanka", secondo la moda che ha
    cambiato i nomi di varie terre, specialmente qui nel sud-est asiatico. infatti il vecchio Siam
    si chiama Thailandia, la Birmania si chiama ora Myanmar e via dicendo.
    Come poteva sottrarsi a tanta tentazione di cambiamento questa terra martoriata da quattro secoli di colonialismo inglese che, ritirandosi, ha lasciato desolazione, miseria e fame. Come del resto dovunque sia passato.
    Sembra quasi che questi popoli, spinti da incontestabile desiderio di chiudere con un vergognoso ed umiliante passato coloniale, ritengano che, cambiando nome, cambino anche le loro condizioni socio-economiche. Il che purtroppo non e', almeno per quanto riguarda lo Sri Lanka.
    Attracchiamo in perfetto orario alle 8,00 di un mattino nebbioso per eccesso di umidità.
    Caldo soffocante, ma orma ci stiamo abituando. I bus turistici sono già allineati lungo la
    banchina. Una banda musicale, sicuramente improvvisata, probabilmente ingaggiata dall'Agenzia di appoggio della Costa Crociere ci dà uno stanco benvenuto in musica; così,
    tanto per creare un po' d'atmosfera. E' già accaduto anche in altri porti da noi visitati. Un
    apprezzabile pensiero di accoglienza che comunque lo si voglia interpretare, sottolinea la volontà di mettere il visitatore a proprio agio.
    Tutto lungo il bordo della nostra nave si allineano decine di banchi di venditori richiamati dalla straordinaria e provvidenziale presenza di una nave passeggeri tanto grande e fascinosa. Debbo pensare che sia un evento abbastanza insolito e probabilmente è proprio così.
    Pero' non c'è tempo ora per fare acquisti; le guide ed i ragazzi dell'Ufficio Escursioni di
    bordo sollecitano. Tanto troveremo di sicuro ancora tutti questi famelici venditori al nostro ritorno; ora bisogna affrettarsi sui bus.
    Lo spettacolo che si dipana sotto i nostri occhi attoniti, percorrendo la strada che porta in centro città', è ancora peggiore di quello che abbiamo visto arrivando in Malesia: la periferia di Colombo è un'unica miserabile favela di baracche improvvisate, di tetti di lamiera un tempo ondulata, ora solo ammaccata e rugginosa; di panni stesi ad asciugare; forse sarebbe meglio definirli stracci; credo sia più appropriato.
    Il traffico urbano e' straordinariamente caotico e praticamente immune da ogni pur semplice parvenza di regolamentazione. Il mezzo di locomozione largamente prevalente e'
    la bicicletta. Non mancano tuttavia motorini di ogni tipo e provenienza, tutti vecchissimi e
    muniti di portapacchi su entrambe le ruote e, strano a dirsi, entrambi i portapacchi sono ingombri fino all'inverosimile, talvolta fino a nascondere tutto il corpo del conducente. Spunta solo la testa data anche la statura media assai bassa di questa popolazione.
    Il mezzo pubblico più diffuso qui e' il "tuk tuk". Si tratta di tricicli motorizzati derivati dall' "Ape-Piaggio" che anche in Italia ebbe il suo momento di gloria alla fine della seconda guerra mondiale e che da noi ha subito nel tempo sorprendenti metamorfosi. Fino quasi a scomparire. Qui invece e' ancora e rimarrà sicuramente, per molto altro tempo ancora, il mezzo principe del movimento di massa perché e' piccolo, maneggevole e probabilmente
    anche poco costoso. Unico problema: e' terribilmente inquinante con le sue mefitiche emissioni di olio bruciato.
    Vi sono naturalmente autobus e rare auto pubbliche; rarissime quelle private. In tutti i casi di vecchio, anzi vecchissimo modello. Ed che dire dei camioncini? Tanti, vetusti, cadenti,
    stracolmi di mercanzie di ogni tipo in mezzo alle quali emergono esseri umani di ogni
    età; dal ragazzino al vecchio con varie fasce intermedie.
    Un' interessante annotazione di costume: i trasportati sui cassoni sono tutti rigorosamente appartenenti al sesso maschile. Nell'incrociarli con il nostro bus ci salutano cordialmente scoprendo a volte bocche disastrate cui mancano la maggioranza dei denti, ma non credo che questo sia il loro primo problema.
    Le donne poi sembra siano abbastanza rare. Per il vero se ne incontrano nelle strade, ma tutte rigorosamente a piedi. Beh, proprio tutte no; qualcuna sale e scende anche dai tuk tuk, ma sono una vera minoranza. Se ne notano anche sulle soglie dei negozi ed agli angoli delle strade, ma sempre con sul viso una maschera di tristezza. Il sorriso da queste
    parti e' un "optional" piuttosto raro.
    Riflettendo bene, ci si spiega come molti di questi sfortunati srilankesi vengano in Europa e vivano con i proventi di un mazzo di rose, scartate dai coltivatori e poi proposte insistentemente la sera nei ristoranti di tutta Europa. Un modo come un altro per sottrarsi
    a questo infame degrado sociale. C'è da capirli.
    Ed ancora una riflessione: in questo paese, come ci viene spiegato dalle guide, la prostituzione e' praticamente assente. Il mestiere più vecchio del mondo e', come tutti sanno un mercato; turpe fin che si vuole, ma sempre mercato, fatto di domanda e di
    offerta. Volendo, per ragioni di miseria, l'offerta potrebbe anche esserci. Quello che manca
    e' la domanda. Infatti, mancando il turismo che notoriamente porta soldi, con i locali le
    "signorine" potrebbero rimediare al massimo un panino o una mela. Quindi meglio lavorare
    o stare ad oziare sull'uscio di casa. Almeno si salva la dignità.
    Torniamo alla nostra escursione: il tragitto di avvicinamento al centro dura una ventina di minuti e lo spettacolo deprimente non accenna a migliorare. Solo gli ultimi due o tre chilometri ci propongono i primi segni di civiltà, nel senso comune del termine.
    Come sempre compaiono le insegne delle rare concessionarie di auto, soprattutto di quelle giapponesi che sono onnipresenti come le divinità, a qualsiasi latitudine ci si trovi.
    Ed a proposito di divinità, ecco che il bus ci scodella a poca distanza della nostra prima
    tappa: un tempio buddista, tanto per cambiare, che qui e' la "religione" dominante, anche se non e' un vera religione, come tutti sanno.
    Tuttavia, esattamente come per le chiese cristiane, anche i templi di tutte le altre confessioni religiose hanno ciascuno una propria "personalità", diversa da tutti gli altri.
    Quello che ci sta dinnanzi è sicuramente molto importante, anzi ci viene spiegato che è
    il più importante di questo Paese sfigato. Il monumentale complesso e' tutto circondato all'esterno da un ampio porticato in tipico stile orientale. Questi, a sua volta, racchiude al suo interno un grandissimo giardino alberato e fiorito; potrebbe sembrare a tutta prima un piccolo "eden" nel contesto miserevole che abbiamo visto finora tutto intorno. Intendiamoci, non è certo uno scenario dal film di Indiana Jones; non può aspirare a tanto, ma e' armonioso e gradevole. A rovinare pero' tanta graziosa armonia architettonica, per onestà di cronaca, si deve riferire doverosamente un aspetto affatto edificante che si presenta ai nostri occhi e che propongo al giudizio del lettore: subito a confine con la strada di accesso, al di là delle colonne che separano il "sacro recinto" dal resto del caos cittadino, si osserva un recinto delimitato da grosse catene ed a due dei paletti che sorreggono queste catene si trova incatenato un magnifico elefante, penso abbastanza giovane. Ha una zanna spezzata e l'altra mozzata, forse per renderla meno pericolosa.
    Il povero animale è molto agitato, forse anche a causa della folla curiosa che gli si assiepa intorno vociante, fotografante e casinara; dondola ossessivamente la testa, da un lato e dall'altro, segno inequivocabile di grande sofferenza nervosa. La proboscide pende inerte, come se non gli appartenesse e dietro a lui, a pochissima distanza, un cumulo enorme dei suoi escrementi che un paio di "addetti" alla sua custodia si affrettano a"gestire"; meglio, si limitano ad ammucchiarli fino ad altezza d'uomo. Immagini il lettore il fetore, amplificato dal caldo; lo spettacolo e' ancora peggio dell'odore: deprimente ed incivile e mette di malumore i numerosi animalisti presenti nel nostro gruppo e sicuramente anche il
    sottoscritto.
    E' fin troppo evidente che l'animale sta vivendo una situazione di estremo stress ed il primo impulso che provo è quello di pendere a calci nel culo i due inservienti, ma soprattutto chi li comanda e potrebbe evitare tanto incivile sconcio.
    Ma siamo in terra straniera e, obtorto collo, dobbiamo assoggettarci alle loro schifose usanze. Forse penso che, data la loro cultura, non hanno neppure consapevolezza della evidente sofferenza del povero animale. Forse per loro e' solo strumento di attrazione turistica e quindi di introito. In fondo forse agiscono così solo per fame o disperazione. Chi puo' dirlo? Le giustificazioni non mancano mai a chi ha fame!
    Rimane comunque in noi europei, carognoni ed affamatori,un ostinato senso di repulsione per la deplorevole scena che si offre alla nostra vista e, per superarla, accantoniamo le proteste non ci resta che proseguire oltre. Vuol ddire che segnaleremo il caso ad Edoardo
    Stoppa, l'amico degli animali di "Striscia la notizia"!
    La nostra giovane guida srilankese, abbastanza colto, sicuramente di condizione sociale medio-alta, si affanna a spiegarci, alle nostre rimostranze animaliste, che non è sempre così: che nelle foreste di cui l'isola è ricchissima, tutti gli animali e gli elefanti in particolare, godono di trattamenti più umani, dal momento che vengono comunemente utilizzati come strumenti di lavoro, non potendo, meglio, non avendo possibilità di usare mezzi meccanici. Quindi figurarsi se li trattano male; sarebbe puro autolesionismo. Ci spiega ancora che tutta l'economia dell'isola-stato si basa sulle risorse forestali di legname pregiato: mogano, tech, palissandro, richiestissimi sui mercati internazionali. In pratica ci sta dicendo che, dovendo sopravvivere, invece di mangiare le scarse "uova" produce che la loro sfigatissima e sfruttatissima terra, un po' alla volta si stanno mangiando la gallina. Poi si vedrà.
    Per la cronaca, e per uscire dalla metafora del complesso problema, occorre ricordare che le "uova" sono le risaie che un tempo qui abbondavano ed oggi sono in quasi totale abbandono causa anche la selvaggia "urbanizzazione" che peraltro ha prodottto solo disastri. Per non parlare poi delle coltivazioni di The, un'altra delle risorse locali, anzi oggi
    la principale, data la rinomanza del the di Ceylon nel mondo. Insomma a ben vedere, la
    popolazione srilankese si comporta come il giardiniere di "paperissima" che taglia il ramo sul quale sta seduto. Ma vaglielo a spiegare!
    Torniamo al tempio, come già detto architettonicamente bellissimo sia all'interno che all'esterno. deve risalire all'epoca precoloniale a giudicare dalla su vetustà. Dal gran numero di "bonzi" di ogni eta' che si aggira nel cortile e sotto l'elegante porticato, concludo che questo imponente complesso artistico-cultural-religioso deve comprendere anche un "seminario" o comunque una scuola di formazione per gli aspiranti monaci. La mia deduzione si rivela subito azzeccata. Avevo anche notato una differenza nel modo di vestire dei giovani religiosi, spesso bellissimi, con il capo rasato, come prevede la loro fede-filosofia. Li distingue nell'abbigliamento una differenza cromatica: i più giovani sono vestiti, si fa per dire, con una tunica drappeggiata di colore "beige" in diverse tonalità'. Questi sono studenti di prima vocazione; quelli che noi chiameremmo "seminaristi".
    Poi vi sono altri, sempre giovani, ma più grandicelli. Portano un abbigliamento simile, dove la tunica assume una tonalità più scura; sono quelli che noi chiameremmo "diaconi".
    Infine ci sono i monaci veri, quelli autorizzati ad esercitare il culto. Costoro vestono il tradizionale abito arancione, conosciuto in tutto il mondo; quello del Dalai Lama, tanto per intenderci, con la spalla destra scoperta e con lo scopino in mano come se fosse un aspersorio di acqua benedetta. Costoro costituiscono la categoria che noi chiameremmo presbiteri o, più comunemente preti.
    Ignoro se ci sia anche una super-casta tipo vescovi o cardinali. Sospetto comunque di sì,
    ma in fondo non me ne frega più di tanto. Mi basta sapere che la differenza sociale c'è anche fra monaci i buddisti. Nulla di nuovo sotto il sole.
    Nell'atrio colonnato, amplissimo come già detto, in mezzo a deliziosi angoli verdi di gusto
    tipicamente orientale si possono ammirare diverse statue del Buddha nelle sue varie espressioni, con una grande prevalenza del Buddha illuminato, quello esageratamente grasso, seduto nella posizione cosidetta del "loto". Non mancano tuttavia anche enormi statue di elefanti e persino qualche tigre. Poi, dovunque piccoli ceri, fiori, incensiere, e tutti i consueti arredi che costituiscono la ricca e complessa scenografia di quella religione. Il tutto molto ben disposto e ordinato; veramente gradevole alla vista.
    Ammiriamo anche un grande arco formato da due enormi zanne d'elefante, incrociate alla sommità, come se fossero gli stipiti di un prezioso portale. Grandi ed imponenti così non ne avevo veramente visto mai; ad una stima abbastanza approssimata dovrebbero superare i due metri e mezzo. Provo ad immaginare la mole dell'animale da cui sono state ricavate. Deve davvero essere stato enorme.
    Naturalmente tutti i turisti a precipitarvisi sotto per farsi fotografare. Chi si sente di rinunciare a tanta esotica tentazione?
    Unico neo in tanta affascinante bellezza di questo tempio monumentale: un pavimento umido e lercio da fare ribrezzo; anche se al di sotto di tanto lerciume si intravvedono
    lastre marmoree di gran pregio. Non dimentichiamo infatti che l'elefante-richiamo visto all'ingresso e le sue copiose deiezioni di cui abbiamo già detto, si trova a solo pochi metri dal porticato e giocoforza un po' dei suoi fragranti liquami viene trasportato dalle calzature dei visitatori. Senza contare che i monaci ed anche molti fedeli che si aggirano intorno sono assolutamente scalzi. Insomma, goccia qui, goccia la', sul pavimento si e' formata una pellicola umida e lercia che inzacchera non solo le scarpe, ma anche i pantaloni lunghi; ed io, manco a farlo apposta, ho addosso dei pantaloni bianchi lunghi, perché fa tanto "coloniale". Un vero colpo di genio!
    Il tempio vero,cioè il luogo fisico dove si svolge il culto, si trova al piano superiore cui si accede da un'ampio scalone marmoreo, anch'esso ornato di colonne che gli conferiscono grande solennità.
    Dimenticavo quasi di dire che per salire al piano superiore e' assolutamente obbligatorio
    togliersi le scarpe. Si', proprio come nelle moschee musulmane.
    Infatti dobbiamo lasciare le nostre calzature al piano terra dove esistono degli appositi scaffali vigilati da un vecchio che campa delle povere ed improbabili mance dei turisti, perché gli autoctoni non cacciano una rupia e poi sono quasi tutti scalzi o al massimo indossano dei miserevoli sandali infradito. Decidiamo di conservare, per igiene, almeno i "fantasmini", i moderni calzini corti che non spuntano fuori dalle scarpe estive. Fortunatamente almeno quelli li abbiamo indossati prima di sbarcare ed al momento di
    rimettere le scarpe, li abbiamo regolarmente buttati. erano proprio irrecuperabili.
    Saliamo quindi con le sole calze al piano superiore e francamente, restiamo a bocca aperta. L'enorme salone e' degno di una "sala del trono" di molte regge sia orientali che europee. Colpisce l'enorme spazio che incute soggezione. Pavimento lucidato a specchio; il sudiciume raccolto dai piedi al piano terra viene smaltito sui tappeti che si trovano all'ingresso.
    Dovunque in questo magico ambiente, statue, dipinti ed arredi di culto. I dipinti alle pareti sono bellissimi anche se un po' "naif", cioè molto ingenui. Incarnano sicuramente la personalità degli autori, ma soprattutto interpretano benissimo la spiritualità semplice e genuina di questa religione che poi, a ben vedere, una vera religione non è, trattandosi piuttosto di una "filosofia" di vita tendente alla meditazione ed alla ricerca del
    vero e del bello. Insomma, dell'illuminazione che eleva la mente ed appaga lo spirito.
    I soggetti rappresentati nei dipinti sono quelli di sempre: la figura del Buddha nelle
    diverse eta' del suo percorso di metamorfosi da giovane principe ribelle alla corte paterna,
    ad asceta-eremita contemplativo ed "illuminato", anche se parecchio appesantito nella figura. Infatti sarà bene ricordarlo: il Buddha che vuol dire "l'illuminato" non si e' mai proclamato dio, limitandosi a dare solo esempio di pura ricerca spirituale, culminata poi
    come si sa, nello stato più alto del pensiero trascendente, detto appunto "illuminazione".
    La forma dell'immenso ambiente e' un rettangolo perfetto. La luce entra abbonante da ampie finestre poste in alto su tre delle quattro pareti. Ai lati delle due più lunghe, decorate finemente a colori tenui, con prevalenza di varie sfumature d'azzurro ed impreziosite da eleganti fregi dorati, vi sono diverse rientranze, come fossero cappelle, presidiate da aspiranti monaci in tunica beige che tengono in mano i loro sacri libri di studio, mentre intrattengono diversi fedeli astanti e sicuramente bisognosi di assistenza spirituale.
    Una delle due pareti, quella d'accesso, e' dotata da due ampli e decoratissimi portali di legno scolpito, spalancati durante il giorno. Son delle vere opere d'arte, risalenti ad epoche lontane. La parete opposta quella sul fondo, presenta nel centro un'apertura abbastanza stretta e misteriosa, protetta da una transenna costruita da cordoni rosso e oro, sostenuti da colonnine pure dorate. Questa fragile recinzione delimita lo spazio d'accesso alla porta che immette in un altro locale, una specie di "sancta sanctorum" riservata ai monaci di rango più elevato.
    Infatti, seduto in terra, quasi a sbarrare l'accesso della porta suddetta, siede un monaco anziano abbigliato in arancione che, con atteggiamento paterno, intrattiene i fedeli; non a gruppi, ma uno ad uno. Scambia con loro frasi sommesse, a toni molto bassi, quasi li confessasse. Accetta, senza neppure guardarle, le offerte, rigorosamente in natura che gli porgono i fedeli e le passa immediatamente ad un inserviente che staziona alle sue spalle,
    addetto solo a quello. Poi passa al fedele successivo in paziente attesa del suo turno.
    Compio a lento passo tutto il perimetro del tempio, badando bene di non disturbare il
    cerimoniale in corso e limitando al massimo fotografie e riprese filmate. Altrettanto fanno gli altri escursionisti del mio pullman, osservando un abbastanza rispettoso silenzio.
    Quando riguadagno l'uscita alla fine della visita, mi imbatto un giovane monaco sorridente.
    E' bellissimo, anche se nel mio concetto, la bellezza maschile e' molto vaga. Ma questo
    esemplare di giovane monaco, con i suo accattivante sorriso, mi mette subito a mio agio: Si lascia fotografare; mi porge, sempre sorridente, un opuscolo ricordo del tempio. Vedo che e' scritto in inglese; lo leggero' più tardi; ora e' tempo di congedarmi da quel luogo raccolto e raggiungo gli altri escursionisti che erano già' usciti, con una breve rincorsa.
    rincorsa. Trascuro persino il rancore verso gli aguzzini dell'elefante che incontro ancora nel
    traversare il cortile, sempre intenti a spalare la merda dell'animale. Vuol dire che i calci nel culo, se ne avrò la possibilità, glie li darò la prossima volta.
    Ora il bus ci conduce ad un Belvedere sito in un punto panoramico che domina una baia molto bella e selvaggia. Nell'ampio spiazzo alberato si trova una costruzione di fattura abbastanza moderna. A tutta prima si e' indotti a ritenere che si tratti di un piccolo tempio; invece e' solo un ex osservatorio della marina militare locale, oggi trasformato in museo. Dove peraltro c'è ben poco da vedere. Poche vetrinette con reperti recuperati da scafi militari demoliti; strumenti per la navigazione, fanali di segnalazione, ruote di timone e poche altre cose che non vale la pena di citare. Da noi tutto questo e molto altro ancora si può trovare dovunque in un buon negozio di souvenir nautici. Qui ne hanno fatto un museo; ognuno espone ciò che ha!
    A presidiare quel luogo c'è un attempato ex militare in divisa intento a confezionare pezzi
    di cordame, ricavandone i famosi "nodi" che ripeto, da noi si trovano anche dai ferramenta.
    Acquisto qualche "magnete", tanto per avere un ricordo, e raggiungo rapidamente il mio gruppo che, indignato per tanta " pochezza", ha già riguadagnato il pullman. Nel compiere
    correndo il breve tratto per risalire sul mezzo mi cade a terra il telefonino appena comprato
    a Singapore. Un disastro! Risalgo smoccolando e maledicendo la sorte, senza dimenticare
    cedo, nessuna delle imprecazioni del mio nutrito repertorio, fra l'ilarità divertita degli altri escursionisti.
    Ora ci attende la visita ad un "prestigioso" hotel sul mare; il più prestigioso di tutta Colombo e probabilmente anche di tutto lo Sri Lanka. Ci arriviamo rapidamente, percorrendo un lungomare interminabile dal quale si può godere la vista su una bellissima
    spiaggia sabbiosa e molto profonda. Purtroppo totalmente deserta.
    Il turismo qui e' ancora di la' da venire; anzi di questo passo non arriverà mai. Quanto ai potenziali frequentatori locali che potrebbero moltissimi, neppure l'ombra; sono sicuramente troppo occupati a guadagnarsi di che vivere,anzi sopravvivere nel quotidiano, che non e' un problema da poco.
    Al fondo del lungomare e della spiaggia deserta, si erge l'albergo... promesso.
    Forse per caso o per una strana voglia di emulazione, anche questa struttura, proprio come già a Kuala Lumpur in Malesia, la costruzione s'ispira al famoso "hotel Raffles" di Singapore. Se ne deve obbligatoriamente dedurre che il detto "hotel" sia il più famoso di tutto l "Sud-est Asiatico" ed abbia ispirato tutti o comunque la maggior parte degli architetti di quella parte del mondo.
    Intendiamoci, la somiglianza e' tutta nello stile; le differenze sono evidenti, negli arredi, nelle divise degli addetti, soprattutto nei frequentatori:
    Altro che lussuose vetture di sceicchi o marajah; altro che splendide donne in costume o
    con preziosi veli a coprirne le forme! Qui gli avventori sono ben diversi e vistosamente meno "abbienti". Al massimo qualche uomo d'affari europeo o asiatici dai tratti somatici
    estremo-orientali: giapponesi, cinesi, coreani, difficile distinguerli. Le divise del personale
    poi, pur sempre dignitose, non sono neppure lontane parenti di quelle raffinate e vistose di quelle degli alberghi che abbiamo visto nei paesi visitati prima di questo. Insomma una
    "debacle". No, forse no; son quasi certo che da qualche parte del mondo c'è pure di peggio!
    Prima del rientro alla nave la nostra guida ci propone una breve sosta in un mercato rionale, ma si rende subito conto di aver sbagliato. Infatti tutti gli escursionisti del nostro
    gruppo rientrano al bus con largo anticipo sull'orario prefissato. Insomma ne abbiamo
    astuto tutti abbastanza, io non meno degli altri. L'idea prevalente in tutti e' di lasciare un
    po' di tempo per il mercatino installato sotto il bordo di Costa Deliziosa che avevamo trascurato nel partire per l'escursione. Chissà che non ci riservi qualche aspetto positivo.
    Infatti la nostra aspettativa viene premiata: appena scesi dal pullman scopriamo che molti
    altri croceristi hanno avuto la nostra stessa idea e stanno già affollando i banchi che tutti
    avevamo snobbato stamane al momento dello sbarco.
    La varietà dell'offerta non è grandissima: non mancano gli articoli tipici per turisti, abitini,
    cappellini, magneti, souvenir di varia natura. Su tutto però prevalgono le spezie ed il the,
    il prodotto che ha reso celebre quest'isola nel mondo. In questo piccolo bazar all'aperto
    le trattative fra turisti e venditori fervono come non mai. Gli ambulanti sanno benissimo
    che la nave è in partenza e per molto tempo non ne arriveranno altre, almeno con tanti
    potenziali clienti. A motivo di ciò non indugiano molto nella discussione. Appena il prezzo
    dall'offerta si avvicina a quello inevitabile della controproposta, si affrettano a chiudere. Non c'è tempo per contrattare troppo, devono fare il pieno di dollari o di euro, anche se
    ufficialmente i prezzi sono esposti in rupie.
    Anch'io mi lascio sopraffare dallo spirito di compensazione per non aver acquista quasi
    nulla in città. Compro confezioni di the di varia qualità e tipo; stecche di vaniglia ed altre
    spezie varie. Debbo dire che alla vista presentano meglio di quelle viste di sfuggita nelle
    cenciose botteghe viste in città. Per lo meno l'impressione è sicuramente migliore visto su questa banchina non ci sono fogne a cielo aperto e quindi la condizione igienica appare
    migliore.
    Conclusa la confusa fase degli acquisti dell'ultimo momento, non ci resta che risalire a
    bordo. Deliziosa sta per partire; ora tutti sul ponte a godersi la manovra di uscita dal porto.
    Il sole è già molto basso sull'orizzonte. Notiamo intorno a noi uno strano movimento di scafi militari, ben riconoscibili dall'armamento. Corrono veloci davanti ed a fianco di Deliziosa, guadagnando l'imboccatura del porto e posizionandosi in attesa subito dopo.
    Finora non mi era mai capitato di vedere nulla di simile; almeno non l'avevo notato.
    Apprendo infatti, una volta lasciato il porto, che tale "scorta" militare è prevista da un
    recente protocollo internazionale per contrastare atti di pirateria. Realizzo quindi che
    a partire da questo tratto di mare siamo entrati nella cosiddetta "zona a rischio pirati";
    incrociamo le dita.
    Ormai Colombo si allontana e diventa una striscia sempre più sottile sull'orizzonte. E'
    tempo di consuntivi: non credo che rimpiangeremo molto il luogo che abbiamo appena lasciato. Le bellezze naturali ci sono, è innegabile. Purtroppo sono vanificate dalle
    condizioni di estrema miseria in cui si dibatte questo popolo che ha ottenuto sì la propria
    indipendenza, ma in quali condizioni socio-economiche! E' un po' come dare una boccata
    d'aria ad una persona morente per fame.
    Prossimo porto: Cochin, in India, nello Stato del Kerala, dove, ricordiamolo, sono trattenuti
    prigionieri i nostri due fucilieri del Battaglione S.Marco, catturati con inganno dalle autorità di polizia indiane mentre la nave che difendevano stava ancora navigando in acque
    Internazionali. Un autentico atto di " pirateria di stato"!






    Arrivo h.08,00 - visita città - museo e tempio indiano.
    Degrado estremo della periferia. Migliora un po' verso
    Il centro. Templi Buddisti in terra e sull'acqua. Elefante
    Con due catene. Monaci bellissimi. Arredi interni e statue
    Zanne di oltre 2,5 metri sistemate ad arco.
    Albergo sul mare. Imitazione del Raffles di Singapore.
    Rientro e mercatino sul porto.
    Impressione generale negativa. Partenza in orario con
    accompagnamento di motovedette che fermavano le
    imbarcazioni sulla nostra rotta. Comincia il rischio
    Pirateria.
    Daniela
    dabi
    moderatore

  10. #410
    L'avatar di matteofedel
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Manca davvero poco al suo ritorno nel Mediterraneo!!!!

    Matteo
    London, the sea, the ships and the cruises are my life!

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