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Discussione: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

  1. #411
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    COCHIN
    Daniela
    dabi
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  2. #412
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    COCHIN - KERALA - INDIA.
    Cochin e' considerata a buona ragione una delle tante porte d'accesso al sub-continente indiano; quella più meridionale. Delle altre diremo più avanti.
    L'arrivo in porto, come sempre puntualissimo' alle 06,30, nel cronometrico rispetto dell'orario che viene distribuito quotidianamente ai passeggeri con il nome di "To day".
    L'aspetto del porto, cosi' come viene percepito al momento dell'attracco non ci lascia
    ben sperare.
    Non esiste un terminal dedicato al traffico passeggeri. Costa Deliziosa e' ormeggiata fra
    due mercantili abbastanza vetusti che caricano e scaricano le loro merci con i mezzi di
    bordo con un frastuono notevole, fischietti di nostromi che dirigono le operazioni e gran
    viavai di camion sotto bordo. Non ci sono grandi gru in banchina e quelle che ci sono
    appartengono a generazioni del passato: le cosiddette "gru a cicogna" che ormai sono
    quasi scomparse dai porti moderni perché instabili e poco produttive.
    Questo quadro di arretratezza e' abbastanza premonitore del quadro complessivo che
    troveremo in questa pur grandissima e popolosa città, ricordiamolo capitale dello stato
    del Kerala. Si' proprio quello dove vengono detenuti ingiustamente e proditoriamente i
    due Maro' italiani, ormai da troppo tempo. Ho detto proditoriamente perchè sarà bene
    ricordare che la nave italiana su cui erano imbarcati navigava in acque internazionali ed
    e' stata "attirata" con inganno in acque indiane dove poi e' avvenuto l'arresto illegale dei
    nostri soldati che, quand'anche fossero colpevoli come sostengono gli indiani, hanno
    commesso un "tragico errore" e non un crimine, scambiando una barca di pescatori con
    una barca pirata, che da queste parti pullulano indisturbate dalla marina indiana che si
    volta dall'altra parte, lasciando operare liberamente i fuorilegge o quantomeno fa ben poco
    per contrastarli.
    Tralasciando questo vile ed irritante episodio di cui si sta attivamente occupando la nostra Diplomazia, iniziamo la lunga e snervantec procedura di sbarco perché ricordiamolo, per scendere a terra in India, occorre il "visto".
    Si', proprio così, questo caotico e disorganizzato Stato che inonda l'Europa di centinaia di centinaia di migliaia di clandestini senza documenti, quando arriva suo territorio e sbarca un europeo "vuole", anzi pretende il "visto d'ingresso"; ma vi pare possibile?
    Tutto ciò anche grazie alla vile debolezza dei governi europei, Italia in testa, che non
    si impongono, in nome di una male interpretata "solidarietà" che viene ripagata malissimo, come appunto abbiamo visto.
    Ma non basta: prima di scendere a terra, secondo gli indiani, occorre dotarsi di cenciose e bisunte "rupie", moneta nazionale di nessun valore sui mercati mondiali. Il rapporto di cambio, manco a dirlo, e' stabilito arbitrariamente dal Governo indiano, senza passare dal vaglio implacabile dei mercati internazionali.
    Questo e' l'ennesimo, intollerabile atto di arroganza di un governo che impone le sue regole, ignorando quelle degli altri stati, ma soprattutto quelle internazionali.
    Molti passeggeri di Deliziosa ed io fra questi, rifiutano categoricamente questa ulteriore i intollerabile imposizione, degna del peggior momento di arroganza del defunto modello sovietici di triste memoria che ha provocato nel mondo tanti disastri, non solo economici, ma che continua a trovare seguaci anche nelle nazioni confinanti, India compresa, che faticano a liberarsene.
    Scopriremo poi con soddisfazione che, arrivati a terra, sia i dollari USA che gli Euro,
    sono accettati, accettatissimi e....benvenuti da tutti gli indiani con i quali siamo venuti a
    contatto, dal commerciante al mendicante.
    A questo punto mi assale un raptus di rabbia e mi chiedo: ma qui in India non c'è nella
    stanza dei bottoni una certa Sonia Ghandi, di origine italiana? Già, ma forse nella stanza
    dei bottoni, non ci sono più i bottoni. Forse addirittura non ci sono mai stati, visti i risultati.
    Torniamo alla descrizione di Cochin; mi servirà quanto meno a far sbollire il nervoso.
    L'impressione a caldo, addentrandoci nella città, è che questa sia una riedizione-fotocopia
    di Colombo in Sri Lanka che abbiamo appena lasciata:
    Traffico caotico; suburbio degradato; strade dissestate; fogne a cielo aperto, miriadi di persone nullafacenti agli angoli e lungo le vie e tanta, tanta miseria a far da cornice a
    tutto.
    Ad un'osservazione un po' più attenta, qualche differenza rispetto a Colombo pero' si
    può notare: per esempio la popolazione sembra meno stracciona. In particolare le donne. Per quanto sicuramente povere o addirittura mendicanti, sono abbastanza decentemente abbigliate con "sari" multicolori e gradevoli all'impatto visivo. Qui, per la popolazione femminile, e' quasi una divisa nazionale.
    La distinzione ad occhio fra miseria maggiore e miseria minore sembra costituita solo dalle calzature.
    Infatti le donne, di qualsiasi età, dedite all'accattonaggio, sono rigorosamente scalze, mentre le altre, un po' meno povere, hanno ai piedi almeno sandali infradito. Naturalmente
    questa distinzione non e' una regola assoluta, ma si avvicina molto alla realtà. Non mancano naturalmente i mendicanti maschi, ma fanno meno pena e quindi rendono meno. Si spiega dunque l'assoluta prevalenza femminile; anche perché ciascuna donna che si avvicina per questuare, e sono veramente tantissime, e' circondata da almeno due, tre, persino quattro fanciulli, alcuni addirittura in fasce. I bimbi comunque sono tutti veramente sporchi, molto sporchi e rigorosamente scalzi
    Sembra, a detta delle guide locali, che il fenomeno dell'accattonaggio sia da queste parti
    molto bene organizzato, in pratica un vero lavoro; una vera industria della povertà, con un vertice che distribuisce incarichi e zone; capi intermedi che controllano e la manovalanza che deve raccogliere quanto più può e con ogni mezzo. Le povere disgraziate, circondate da bambini, talvolta neppure figli propri, ci circondano ad ogni angolo di strada, ad ogni fermata del pullman, davanti agli ingressi dei negozi, ai rarissimi pisciatoi, ai mercati. Sono tutte rigorosamente vestite in "sari" coloratissimi; non parlano inglese, l' unica lingua che permette la comunicazione anche fra loro, dato che in India vi sono circa una trentina di lingue/ dialetti locali; quindi, per praticità mimano il gesto della fame, portando la mano alla bocca, generalmente dotata di dentature bellissime, ma talvolta, anzi sovente, afflitte da vuoti osceni di denti perduti chissà come.
    Altrettanto fanno tutti i bambini al seguito; specialmente le femminucce che sgranano certi occhioni da strappare il cuore. Insomma il loro saluto e' il gesto della fame e a giudicare dall'aspetto c'è di che capirli.
    Tuttavia se qualcuno, vinto dalla compassione, cede e si porta la mano alla tasca o in borsetta traendone un moneta, e' finita: viene circondato all'istante da una cerchia umana che vuole accaparrarsi il frutto di tanta generosità. Gli altri, quelli che non hanno ricevuto nulla, ti seguono come la tua ombra con un'insistenza esasperante; anche se sali su un taxi o sul tuo bus turistico, battono insistentemente sui vetri, sempre mimando il gesto della fame, fino a quando il veicolo si allontana fuori portata e passa alla zona di influenza di un altro gruppo di questuanti. Una situazione generalizzata, opprimente e snervante che toglie in gran parte il piacere della escursione. Anzi, fa venire il groppo alla gola, pensando alle miserrime condizioni che vivono tutti quegli esseri umani che vorresti aiutare, ma per farlo non ti basterebbero tutte le ricchezze di Berlusconi e di Bill Gates unite insieme.
    Ora ci attende la visita alla chiesa cattolica di S.Francesco Saverio. Una vera cattedrale
    situata al centro di un amplissimo parco alberato, diviso in due dalla strada d'accesso.
    La costruzione e' imponente e sorge isolata in mezzo ad una immensa superficie solo parzialmente attrezzata a parco alberato. Il resto dello spazio e' curato malissimo e denuncia un interesse assai scarso per l'intero complesso monumentale che, oltre alla
    ricordata cattedrale dedicata al Santo precursore dei missionari, dall'altro lato della strada
    comprende anche la chiesa di S.Caterina, sede della Diocesi del Kerala, uno degli stati
    indiani in cui il cristianesimo si e' diffuso maggiormente.
    L'interno di entrambe le chiese suddette non presenta motivo di particolare interesse ne'
    architettonico ne' artistico. Altissime volte di chiara ispirazione gotica; muri un tempo sicuramente bianchi; oggi tristemente ingrigiti dall'umidità e dall'incuria. Qualche cappella
    laterale in desolante stato di conservazione . Una in particolare mi intristisce: quella dedicata a S.Antonio da Padova dove la statua del Santo campeggia sull'altare tristemente disadorno e cadente; neppure un fiore. Anche le panche riservate ai fedeli sono in pericoloso stato di precarietà, scollate e scricchiolanti. Il pavimento e' lastricato con grossi e anonimi lastroni sconnessi. Rari dipinti alle pareti. Una vera tristezza; uno squallore che ti fa desiderare di uscire all'aperto il prima possibile. E così infatti avviene: ci si ritrova nuovamente sul vastissimo piazzale disadorno. Almeno all'aperto ci sono gli alberi che con il verde fitto del loro fogliame ricordano la bellezza della natura.
    Ah quasi dimenticavo: per entrare in queste due chiese ci viene stranamente imposto di toglierci le scarpe secondo l'usanza indiana. Non ci spiegano il motivo, ma immagino che questa bella pensata della chiesa cattolica locale, unica nel mondo per quanto ne sappia io, sia volta all'obiettivo di attenuare un po' le differenze fra il culto induista e quello cristiano; non saprei individuarne altre. Comunque, nel bene o nel male, ci togliamo le scarpe e, tenendole in mano prima che spariscano, completiamo rapidamente la nostra visita.
    Ora il programma dell'escursione ci propone la sosta in un villaggio di pescatori con attiguo mercato del pesce; entrambi situati in prossimità del mare, nella zona centrale della città.
    Quando si ferma il nostro pullman e scendiamo, si rinnova il consueto ineluttabile assalto
    delle questuanti attorniate da bambini che ci tirano per gli abiti. A terra tutto intorno vi
    sono decine di ambulanti di piccoli souvenir di pessima fattura, in particolare di collanine dove la plastica la fa da padrona. Non mancano tuttavia i venditori di cartoline e di improbabili francobolli, belli a vedersi, ma sicuramente taroccati. Infine spuntano anche
    Quelli che maliziosamente ti propongono, traendoli da sudici tascapani, i libricini del "kamasutra" in tutte le molteplici edizioni. Sono generalmente maschi adulti abbastanza anziani, dato che qui e' difficile attribuire l'età alla gente,dal momento che che si suppone un generale precoce invecchiamento. Costoro offrono la loro pruriginosa merce ai turisti maschi, adescandoli furbescamente quando sono distanti dalle rispettive signore, sicuri che in loro presenza la vendita non andrebbe sicuramente a buon fine. Ogni mestiere a i propri trucchetti. Osservo che tale stuzzicante articolo ha un discreto successo nella potenziale utenza maschile di ogni età e ne avrò poi successiva conferma, risalendo sul bus dove i maschietti di ogni età si scambiano maliziosamente informazioni e "sacri testi",
    badando bene a non farsi vedere dalle rispettive signore. In fondo pero' che male c'è; Il sacro "testo", divulgativo delle cento posizioni, non e' forse nato in India ?
    Lungo la spiaggia, si allineano in pittoresco disordine, decine di "bilancini" per la pesca
    da terra. Si tratta di vetuste attrezzature che esistono tuttora in Italia, in molti litorali laziali
    ed adriatici. Simili a grandi giraffe in legno, come quelle che si usavano un tempo anche per attingere acqua dai pozzi, opportunamente adattati con ampie reti ad ombrello rovesciato che vengono prima calate sul fondo e poisollevate rapidamente per intrappolare i pesci che si aggirano nel loro raggio d'azione. Una pratica invero assai poco redditizia,ma molto folcloristica. Solo che questi bilancini a Cochin sono giganteschi e necessitano di un gran numero di persone per essere azionati. Ne ho contate fin ad otto per bilancino; uno sproposito. Inoltre prima di sollevare il loro attrezzo sgangherato e fatiscente,eseguono tutta una pantomima di schiamazzi e richiami; spintoni ed insulti nella loro incomprensibile lingua. Il tutto con il sicuro intento di richiamare l'attenzione dei turisti ed invogliarli a fotografare o filmare per poi permettere alle loro donne attorniate di bambini, di rimediare qualche rupia per sfamarsi, almeno in parte. Non abbiamo forse detto che l'accattonaggio e'una sorta di lavoro? Bene, in questo luogo l'hanno pianificato con la variante della pesca.
    Infatti tanta confusione e fatica non si giustificano in altro modo dal momento che nella
    smisurata rete ad ombrello rimangono solo rari pesciolini, buoni solo per gli onnipresenti
    gabbiani opportunisti che, alla fine, sono gli unici che ci guadagnano.
    Nel confinante mercato del pesce allestito sul nord della strada, in evidente spregio ad
    ogni più elementare norma igienica, si notano invece pesci anche di grossa taglia, generalmente imparentati con le cernie, tanto pesanti che se restassero intrappolati nelle reti ad ombrello, già abbastanza bombardate di buchi, finirebbero per demolirle del tutto.
    Quindi i grossi pesci allineati sul muretto, mal protetti dai raggi solari e nella più totale
    assenza di ghiaccio in qualsivoglia forma, devono essere frutto d altri generi di pesca e
    poi esposti a terra per il richiamo dei turisti, prima di finire sulle tavole di chi se li può permettere. Tralascio la descrizione del puzzo, ormai scontato in qualsiasi mercato del pesce, piccolo o grosso che ci sia capitato di visitare.
    Prosegue il nostro tour. Ora ci portano a visitare quanto rimane della casa del Governatore
    Portoghese. Si', perché Cochin, come tante altre località dell'India meridionale, ha lungamente subito la dominazione portoghese, prima di conoscere il ben piu' duro giogo inglese che ne ha completato l'impoverimento in modo drammatico e difficilmente reversibile.
    Bisogna infatti riconoscere che i governatori, portoghesi o di altra etnia che hanno imperversato con il loro dominio in queste sfortunate "colonie", dovevano passarsela abbastanza bene. Ciò che resta a testimonianza del loro passaggio, evidenzia un lusso ed uno sfarzo sicuramente non inferiori a quello dei Marajah locali con i quali si spartivano lusso e privilegi, da bravi compagni di "merenda" e di malefatte ai danni delle popolazioni locali.
    La costruzione e' anch'essa in pessimo stato di conservazione, specie all'esterno che assomiglia moltissimo ad una residenza fortificata. Tuttavia si intuiscono a tutta prima la potenza, gli sfarzi ed i lussi di cui deve aver goduto all'epoca del suo massimo splendore. All'interno poi, a parte una colpevole incuria conservativa, si possono ammirare mobili coloniali di gran pregio che farebbero schiattare d'invidia Emilio Salgari ed il suo amatissimo eroe Yanez, l'Indiana Jones di quei tempi. La collezione di arazzi, di
    tappeti, di costumi d'epoca impreziositi da perle e pietre preziose; l' imponente rassegna di
    armi antiche, da fuoco e da taglio, farebbe la gioia dei più raffinati collezionisti di reperti coloniali. La visita e' qui rigorosamente regolamentata in piccoli gruppi, con un apparato di sorveglianza degno del Louvre. Inutile dire che le fotografie e le riprese filmate sono proibitissime. Io comunque, animato, come sempre, da un sano istinto trasgressivo, ci provo comunque con il telefonino, attrezzato a fotocamera, nascosto nel palmo della mano. E ci riesco pure, con enorme soddisfazione. Tieh! Verificherò, una volta tornato a bordo, l'efficacia della mia piccola trasgressione.
    Ed ora via, incalzati dalle guide, sempre indaffarate a radunare le loro "pecorelle smarrite";
    la prossima tappa e' il quartiere commerciale e la sinagoga ebraica, proprio al centro della città, dove in un territorio non più grande di un chilometro quadrato, convivono in perfetta
    armonia commercianti di religione indù ed altri di stretta osservanza ebraica; questi ultimi con tanto di sinagoga in loco, di tradizione "saffardita" ossia molto rigorosi nella loro pratica confessionale. Una vera "anomalia", a ben vedere, in un mondo tanto
    variegato, soprattutto tanto "affamato" da giustificare, se vogliamo, anche qualche scaramuccia; almeno da noi sarebbe sicuramente così'. Qui no; convivono e si rispettano
    da almeno tre secoli pur esercitando i loro commerci a contatto di gomito; probabilmente
    ignorandosi invece di accopparsi gli uni con gli altri come invece avviene in altre parti del
    mondo.
    Osservo solo che i negozi dove svolgono i loro commerci, pur confinando porta con porta,
    si diversificano per le merci trattate: gli ebrei espongono e vendono soprattutto articoli
    etnici; mobili, suppellettili, complementi d'arredo e persino qualche oggetto antico sulla cui
    autenticità non scommetterei un soldo, anzi una "rupia" bucata.
    Gli indiani invece espongono e vendono soprattutto spezie di ogni genere e qualità, anche
    di origine non indiana; anche le più strane e mai sentite nominare prima, almeno da me. Inoltre gli Indiani hanno una specie di "monopolio" dei tessuti e delle stoffe sia in pezza che confezionati; soprattutto in seta. Lascio immaginare al lettore l'assalto delle signore della nostra comitiva a tali generi. In un battibaleno sulla strada rimangono solo i maschi; le signore invece tutte dentro, incuranti delle raccomandazioni delle guide alla prudenza negli acquisti. Io personalmente mi consolo in un negozio di spezie dove vengo letteralmente "avviluppato" da una mezza dozzina di giovanissime e graziose fanciulle in sari tutte dedite a servirmi, anzi a propormi di tutto e di più nel loro stentatissimo inglese; persino peggiore del mio.
    Me la cavo con onore, limitando gli acquisti a pochi sacchetti di spezie. Poteva anche andare peggio. Infatti quando riguadagno la strada ritrovo mariti e compagni spazientiti e
    signore trionfanti, intente a confrontare con le altre il loro acquisti che sicuramente le
    gratificano più di un "amplesso". Ed ora, tutti contenti e felici, proprio come nelle fiabe,
    a visitare la vecchia sinagoga che si trova proprio a due passi.
    Non c'è gran che da dire su questo luogo di culto. Nelle mie scorribande in giro per il
    mondo, ne ho visitate parecchie. Alcune belle, vivaci ed accoglienti; altre un po' meno;
    altre ancora proprio bruttine. Ecco, questa che stiamo vedendo appartiene a quella categoria: fredda, mal tenuta, abbastanza buia, disadorna, ma pur sempre una sinagoga "saffardita" ossia di grande lignaggio nella scala ebraica dei valori e, perciò stesso, degna del massimo rispetto.
    Mi si riferisce che il pessimo stato di conservazione di quel luogo, un tempo molto prestigioso, e' dovuto al fatto che ormai a curare il decoro dell'edificio sono rimasti solo in quattro anziani ebrei, proprio quattro di numero che fanno quello che possono. Tutti gli altri indiani di religione ebraica, pochi davvero in tutta Cochin, sono nel tempo diventati "laici" ossia molto, molto tiepidi nella pratica religiosa. Accidenti, ma non succede anche per noi "cattolici"?
    A questo punto, poiché avevamo ricevuto in via confidenziale l'indirizzo di un centro commerciale non frequentato da turisti; ossia quasi del tutto riservato agli indiani, decidiamo di andarvi,anche se parecchio distante.
    Per raggiungerlo abbandoniamo il pullman dell'escursione e saliamo sopra un tuk-tuk uno
    dei piccoli taxi a tre ruote, ricavati dai motocarrini "ape-Piaggio" che sono praticamente ll
    mezzo di locomozione prevalente in India. E non potrebbe essere diversamente, visto che
    le auto circolanti in questa città affamata sono poche, costose e mediamente vetuste, anzi proprio fatiscenti. La grandissima domanda di mobilita' di questo popolo, derivante dalla primaria necessita' di sbarcare il lunario, non potrebbe essere risolta come in occidente con l'inflazione di auto che nessuno potrebbe mai comprare dal momento che mancano i soldi, anche quei pochi che potrebbero servire a comprarle ratealmente.
    Per la verità ci ha provato il Sig. Tata, il grande uomo d'affari indiano, forse il più ricco di tutto il Paese, il quale ha fatto uscire dalle sue fabbriche che poi non esistono perchè fa fare tutto in Cina, un modello super economico che peraltro non può vendere sul mercato interno dal momento che non ci sono neppure i soldi per comprare il pane. Così ha pensato di vendere la sua ultra popolare produzione automobilistica all'estero, soprattutto sul mercato europeo, causando non poco fastidio a Fiat, Renault, Citroen, Opel, con una svalangata di "rumenta" a quattroruote. Ma questa e' tutta un'altra storia che ci porterebbe lontano da questo racconto di viaggio.
    Dicevamo quindi che il problema, sentitissimo, della mobilita' cittadina ha trovato una seppur insufficiente soluzione nei " tuk tuk", piccoli, coloratissimi, economici; soprattutto
    molto inquinanti. A loro sta bene così, quindi anche a noi. Riprendiamo dunque il racconto: La nostra piccola comitiva "indipendente" e' formata da quattro persone. Bisogna quindi
    ingaggiare due tuk-tuk che portano solo due passeggeri. Il nostro conducente fa cenno di aver capito dove vogliamo andare e si avvia seguito dall'altro. Uno di noi, che era già stato
    a Cochin, si accorge pero' che i due furbastri ci stanno portando da tutt'altra parte. Quindi fa fermare il suo traballante mezzo e, senza minimamente curarsi del traffico che rischia di
    travolgerci, affronta uno dei due conducenti, quello che sembrava il "capo" e lo
    sottopone ad una "cazziata" degna di un sergente dei Marines. L'altro, il "cazziato" capisce
    che non e' aria e, scusandosi per il malinteso, ci conduce finalmente al negozio agognato.
    Qui veniamo "presi in carico" da un tipo ossequioso, una specie di "maggiordomo" che ci
    conduce all'interno del "super negozio" tessile non per turisti; edificio di quattro piani, molto accogliente e dignitosamente attrezzato. La compagnia si divide: signore da una parte e
    maschietti dall'altra. Io vengo preso in carico da un altro "maggiordomo" che incomincia un
    pressing assurdo. Mi propone di tutto; dalla mutanda alla pezza di stoffa, passando per
    gli abiti confezionati, debbo peraltro riconoscere di buona fattura. Naturalmente vi sono
    capi degni di un "Marajah" che solleticano non poco il mio "ego sognante". Al tipo si accodano una mezza dozzina di deliziose commesse in sari; una più graziosa dell'altra
    ed iniziano loro "sporco lavoro di intortamento". Sorrisi, moine, ammiccamenti. Devono
    aver frequentato qualche corso "Cepu" per gheishe. Difficile resistere a tanta tentazione.
    In quel momento ho capito cosa deve aver provato Ulisse al passaggio davanti all'isola
    delle sirene. Con molta fatica riesco pero' a ed esco con solo qualche cravatta ed un tubante molo bello che sicuramente no metterò mai, neppur da carnevale. Ci ritroviamo
    Con le signore, naturalmente soddisfatte, cariche di sacchetti di cui no osiamo neppure
    Immaginare il contenuto. Vedremo poi a bordo.
    Il resto dell'escursione non ha storia. Rientriamo a bordo di Deliziosa che ci aspetta pigramente ormeggiata in mezzo a cataste di container, di merci sfuse sulla banchina che
    vengono caricate sulle navi circostanti. Giornata faticosa, ma intensa di emozioni contrastanti: bei luoghi; miseria nera; accattonaggio ossessionante; traffico da paranoia.
    In questo disastroso bilancio, si salva solo, a mio parere, il piacevole ricordo del sorriso delle "gheishe" in sari del negozio di tessuti. Beh, quelle davvero niente male!
    Ora Deliziosa si appressa al salpare per Goa, la nostra seconda tappa indiana. Speriamo bene!


    Arrivo in rada h. 6,30. In banchina h. 7,45.
    Porto commerciale di medio traffico. Non esiste
    Un terminal dedicato al traffico passeggeri.
    Escursione giro della città. Traffico caotico, come
    e più di Colombo. Suburbio pressoché uguale a
    Colombo. Forse un po' meno miseria. Visita alla
    Chiesa di S.Francesco. Desolazione e degrado.
    Via le scarpe. - Villaggio pescatori - bilancini con
    8 persone. Mercato del pesce. Pesci importanti,
    Pessime cond. igieniche. Vend. Ambulanti a nugoli.
    Visita alla casanportoghese. quartiere commerciale
    turistico e quartiere arabo Ed ebraico in contiguità.
    Negozietti di ogni genere inParticolare antiquariato (fasullo),
    abbigliamento e Spezie. Visita sinagoga saffardita.
    Ormai frequentata Da solo 4 ebrei superstiti.
    15.03 - ore 08,30, visita privata destinazione centro commerciale
    Non per turisti. Accoglienza superba. Nugoli di commessi
    6 piani di vendita. Estrema cortesia, commesse bellissime.
    Andata e ritorno in Tuc-Tuc. Partenza. Per Goa.
    Daniela
    dabi
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  3. #413
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ISOLA DI GOA (India).
    Sempre ricordando Emilio Salgari, il grande precursore di tutte le letterature avventurose, quelle stesse che hanno infiammato il mio interesse di adolescente, non
    posso fare a meno di ricordare i suoi numerosi riferimenti a Goa. Per leggere in santa
    pace quei libri affascinanti, da ragazzo mi rifugiavo sugli alberi del giardino che circondava a nostra casa a Pietra Ligure. Ora questo luogo fantastico, sognato e vagheggiato a lungo, ce l'ho proprio davanti agli occhi, in tutta la sua magnificenza panoramica, purtroppo vanificata da una situazione socio-economica ancor peggiore, se possibile, di quella di Cochin.
    Ci accoglie sulla banchina una piccola banda musicale abbastanza raffazzonata. Le sue
    note hanno forse lo scopo di attenuare un po' l'impatto desolante con il degrado che si presenta ai nostri occhi. Missione peraltro impossibile,
    La rada che abbiamo attraversato prima di attraccare, e' stracolma di scafi vetusti, anzi veramente cadenti. Anche qui, come già a Port Klang, il traffico portuale e' costituito da
    minerali di cui l'isola di Goa e' molto ricca. In particolare bauxite da cui si ricava l'alluminio,
    manganese, indispensabile per la metallurgia e molti altri ancora. Quindi i presupposti per un certo benessere ci sarebbero tutti. Ma, come al solito, la straordinaria ricchezza del sottosuolo e' stata condizionata dalla dominazione coloniale, portoghese prima e inglese poi.
    La ricetta dei colonialisti era ed e' tuttora: sfruttare al massimo il territorio della Colonia; trasferire le sue ricchezze altrove, ossia nel paese dominante, investire il meno possibile in quel luogo che tanto prima o poi si dovrà abbandonare al suo destino e, visto che le rispettive popolazioni vogliono l'indipendenza, se la godano pure, ma si arrangino. Vedremo cosa sapranno fare.
    Su questo progetto di sfruttamento pianificato e realizzato da generazioni di occupanti,
    si e' avvitato un ulteriore problema: poiché in tutto il mondo ci si preoccupa del recupero
    e demolizione delle navi radiate dal servizio, perché non farle confluire tutte da queste
    parti, demolirle a basso costo e rivendere i rottami recuperati alla siderurgia mondiale che ritrasformerà i rottami in nuove lamiere, putrelle, profilati, evitando in tal modo di partire dal minerale e riciclare l'acciaio, consumando meno energia.
    Il progetto in se stesso e' ottimo, ma poi la realizzazione presenta qualche problema.
    Infatti i rottami, di qualsiasi materia siano, si accumulano nel tempo in orrende discariche di cui ormai tutto il mondo "civilizzato" e' invaso. Il minerale invece, anche se il procedimento di estrazione e' economicamente più costoso, rimane tranquillamente nascosto la' dove il Creatore lo ha collocato, ossia nelle viscere della terra e non inquina, non disturba, non puzza; soprattutto non distrugge l'ambiente.
    Tutto questo discorso per evidenziare che Goa, una delle più belle isole indiane secondo tutte le letterature mondiali, a causa della nefasta presenza di tutte queste orrende navi arrugginite in attesa di demolizione che non arriverà mai, perché e' diventata troppo onerosa, e' stata definitivamente trasformata in uno dei più grandi ed inquinanti cimiteri
    di navi al mondo.
    Come si e' arrivati a tanto? Difficile dirlo perché il fenomeno ha origini e sviluppi molto
    complessi di cui non e' il caso di occuparsi ora. Questo in fondo e' solo un racconto di viaggio, non un saggio di economia.
    Resta pero' il rammarico cocente nel vedere drammaticamente distrutto questo paesaggio, di una bellezza incomparabile, da un'orrenda parata di scafi demoliti solo parzialmente; perché, diciamolo con chiarezza, la loro demolizione e' rimasta incompiuta causa mancanza del denaro necessario all'acquisto delle bombole di gas e di ossigeno che sono l'unico mezzo per tagliare a pezzi quegli orribili mostri arrugginiti. Ed in più: se anche venissero tagliate in pezzi buoni per la fonderia, nessuno li comprerebbe più, dal momento che tutta la siderurgia mondiale e' ammalata da una crisi irreversibile per eccesso di produzione.
    E' desolante osservare lungo le strade litoranee splendidi palmeti da cocco, risaie un tempo rigogliose, stagni dalla selvaggia bellezza, invasi dagli scafi spiaggiati che deturpano ogni cosa, dando l' impressione che qui si sia svolta chissà quale battaglia. Invece l'unica battaglia che tuttora si combatte in quest'isola e' quella contro la fame. Una battaglia impari, perduta in partenza.
    Ci sorprende la straordinaria semplicità delle procedure di sbarco. Nulla di quanto avevamo sperimentato a Cochin.
    Oltre alla piccola banda di cui abbiamo già detto,incontriamo poliziotti sorridenti e gentili; il passaporto ed il visto nemmeno ce lo chiedono; s'accontentano di gettare uno sguardo distratto alla carta magnetica di Costa Crociere, documento peraltro di nessun valore internazionale. Sembra quasi di essere in una nazione diversa. Mi viene il sospetto che tutte le precauzioni riscontrate a Cochin fossero in relazione alla vicenda dei nostri soldati coinvolti nell'incidente diplomatico e proditoriamente carcerati in quella città. Comunque qui, degrado a parte, si respira tutta un'altra aria. Ciò che accomuna Goa a Cochin e' purtroppo ancora una volta solo la miseria.
    In quest'isola tutto parla di Vasco de Gama, il grande navigatore-esploratore portoghese che, detto ad onore del vero, a Goa non c'è proprio mai stato. Facendo un paragone un po' azzardato, e' come da noi parlare di Garibaldi: migliaia di comuni italiani, piccoli o grandi, hanno sulle loro piazze un monumento al nostro grande Eroe, anche se in quei luoghi non c'è mai passato, neppure da lontano.
    Goa divenne colonia portoghese nel 1510 e conobbe un lungo periodo di benessere e di
    pacifico sviluppo basato sui commerci marittimi di minerali, spezie, riso e canna da zucchero. La sua posizione strategica dal punto di vista geografico e marinaro erano la
    base e la ragione stessa del suo successo. I governatori portoghesi, illuminati e liberisti,
    vi insediarono sedi prestigiose delle loro compagnie di navigazione mercantile, potando
    progresso e benessere alla popolazione locale, pur traendone a loro volta enormi vantaggi. Tutta la storia di Goa parla del benessere che quella terra conobbe sotto la
    corona portoghese. Lo testimoniano anche le splendide costruzioni in tipico stile coloniale
    che, nonostante il pessimo stato di conservazione, ancor oggi costituiscono il nucleo europeo più bello e pittoresco dell'isola. Una vera rassegna di gradevoli cottage, ville coloniali, casette con deliziosi terrazzi in legno, come già visti anche a Cartagena; qui persino architettonicamente più belle. Purtroppo quasi tutte cadenti e sfasciate causa
    la pessima manutenzione per mancanza di mezzi e, soprattutto di volontà.
    Infatti i pochi europei che ancora vivono a Goa, sovente diventati Indo-europei per effetto
    di matrimoni promiscui, hanno ormai assorbito e metabolizzato la filosofia indiana basata
    sul fatalismo. Praticamente una "resa" senza condizioni.
    Causa di tutto questo sfacelo e' stato l'avvicendamento del dominio coloniale passato, come in tanti altri paesi del sud-est asiatico e non solo, dagli scopritori portoghesi ai rapinatori inglesi. Infatti il calo della buona stella portoghese, iniziato agli albori del 1600
    e tuttora in caduta libera, ha favorito l'insediamento della corona inglese e dei suoi
    metodi pirateschi. Credete, il mio punto di vista non e' solo odio anti inglese, come qualcuno potrebbe pensare; e' invece frutto di un'attenta e meditata lettura della storia politico-economica, verificata poi con la visita personale in loco, come ho avuto modo e fortuna di fare. Mi si consentano due considerazioni, una di ordine storico ed una di carattere economico:
    Quella storica: quando una nazione, meglio una monarchia come quella inglese si permette di cambiare la coscienza religiosa del suo popolo solo per il proprio tornaconto
    personale, come avvenne sotto Enrico VIII. Quando la stessa monarchia, circa duecento
    anni dopo, sotto Elisabetta I, per affermare il proprio predominio sui mari e sui territori
    oltremare, si avvale di "corsari e predoni" con tanto di patente reale come Morgan e Drake, c'è davvero di che riflettere e trarne le dovute considerazioni.
    Ora quella economica: quando una nazione come l'Inghilterra, dopo aver esercitato la propria espansione coloniale in tutto il mondo, compresa l'America del nord, organizza il proprio dominio sul principio del brutale sfruttamento dei territori assoggettati, senza pianificarne contemporaneamente lo sviluppo culturale e tecnologico, al momento in cui, sotto la spinta libertaria delle popolazioni oppresse, deve abbandonare quei territori, il risultato non può che essere degrado, miseria e fame.
    E' una costante verificata in quasi tutti i paesi visitati in questo viaggio; con la sola eccezione di Singapore dove pero' il riscatto politico ed il "boom economico del dopo inglesi" e' stato pianificato, organizzato e realizzato da un cinese. Ma guarda un po' !
    Ora, tornando a parlare di Goa, qualche nota statistica:
    La suddivisione degli abitanti di quest'isola, secondo il criterio di fede religiosa, vede le seguenti percentuali:
    Indù 30% - Cristiani 27% - Islamici 15% - ; il restante 28% se lo ripartiscono, in modo molto frammentato, tutte le altre religioni e sette presenti sul territorio indiano.
    Il nostro programma ci conduce ora nell'interno dell'isola dove l'agricoltura, un tempo
    spina dorsale dell'economia, oggi langue allo stesso modo degli altri settori, quello minerario e quello mercantile.
    Attraversiamo foreste, risaie semi-abbandonate, fitti palmeti di cocco, acquitrini paludosi con una grande varietà di uccelli acquatici ed infine costeggiamo anche un gran fiume dal bacino amplissimo ma con scarsa profondità, quindi non navigabile. Questo corso d'acqua scende con esasperante lentezza dalle montagne che si intravvedono sullo sfondo; praticamente e' uno stagno in lento movimento per mancanza di dislivello del suolo; ed e'
    questa la sua caratteristica principale.
    Visitiamo due chiese di chiaro stile portoghese intitolate anche qui ai santi Francesco Saverio ed a Santa Caterina. Poi passiamo a visitare un tempio indù proprio mentre si
    svolge un rito religioso a base di sottili ceri accesi ed ossequiosi inchini alle statue raffiguranti divinità maggiori e minori secondo una complicata gerarchia, difficile da capire
    ed ancor più da spiegare. Colpisce comunque la straordinaria compostezza dei fedeli:
    niente chiacchiere, niente capannelli vocianti come da noi; solo visi ed espressioni compunte da fare invidia ai più esaltati monaci cistercensi nostrani.
    Alla fine del momento spirituale, beh, un momento invero assai lungo, ci rimane, prima della partenza, un breve tempo per lo shopping, lungamente invocato dalle signore. Ed
    infatti le nostre guide ci accontentano. Ma cosa comprare? L'offerta commerciale, se si
    escludono le immancabili collanine, i cesti traforati e le statuine di legno raffiguranti animali vari, e' molto scarsa. Solo qualche "patsmina" e calamite da appendere al frigorifero di
    cucina. Optiamo per questi ultimi prima di risalire a bordo con tutta la nostra più cocente
    delusione. Domani ci aspetta Mumbay, la vecchia Bombay alla quale e' stato cambiato nome; forse per far dimenticare che si chiamava così sotto il giogo inglese.








    Arrivo h.8,30. Porto commerciale e minerario
    Banda musicale . Nessun problema burocr.
    colonia PORT. 1510 poi ingl. Indip. Dal 1962.
    Vasco de Gama mai stato a Goa.
    Excurs. Alla città di ....(capitale). Lungo trasfert
    In bus turist. Attraverso coltivazioni risaie, acquitrini,o
    Costa degradata cimitero navi. Fiume proveniemte
    Dalle montagne molto lento e bassi fondali. Casino
    Sul fiume con battelli vari stili. Sfacelo edilizio. Povertà.
    Visita alle antiche
    Case portoghesi. Religioni: indù 30; cristiani 27;
    Muslim, 15. Resto varie.
    Sosta x visita a
    basilica catt. S.Francesco Saverio e Cattedrale
    Di S.Caterina da Siena. Stile coloniale portoghese.
    Visita a Tempio Indù. Riti religiosi. Shopping.
    Daniela
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  4. #414
    Moderatore Globale L'avatar di marco
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Deliziosa si avvicina sempre più a casa!!

  5. #415
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    Bombay / Mumbay
    Daniela
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  6. #416
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    - MUMBAY (Marhaastra INDIA).
    Come si può iniziare un racconto che abbia per soggetto Bombay, anzi scusate MUMBAY come si chiama oggi, senza rischiare di emozionarsi, credete non e' semplice. Sono troppi i coinvolgimenti emotivi che l'immaginario collettivo ha stratificato e consolidato nel tempo, grazie anche alla abbondantissima letteratura avventurosa che ha celebrato tutto il periodo coloniale di almeno mezzo millennio.
    Da Cristoforo Colombo in poi, passando per tutti i famosi navigatori europei il cui elenco
    potrebbe essere lungo e noioso, sembra quasi che la terra, ad un certo momento della sua tormentata storia, sia stata sottoposta ad una lottizzazione selvaggia ad opera di governanti desiderosi di nuove terre per espandere il loro potere e di avventurieri di ogni risma, disposti, per denaro o per gloria ad assecondarli. Molto spesso tali personaggi sono stati millantati come eroi ed in molti casi lo erano davvero. La maggior parte di loro era invece una massa di avventurieri di bassa, bassissima lega; anzi alcuni di questi erano nella realtà dei furfanti. Ne cito uno per tutti: Ferdinando Cortez che distrusse sadicamente le millenarie civiltà andine. Ma nell'elenco dei massacratori senza scrupoli egli si trova in ottima compagnia. Andiamo avanti nel nostro racconto.
    Mumbay, capitale dello Stato del Marahastra, e' a dir poco, bellissima. Questo aggettivo può sembrare banale ed in effetti lo e'. Ma e' anche l'aggettivo che maggiormente condensa in se' tutte le bellezze che si presentano agli occhi del visitatore che la vede per la prima volta. Che poi e' il mio caso.
    La nostra sosta a Mumbay durerà due giorni, come peraltro già accaduto in altre importanti tappe del nostro "giro". Cominciamo dal porto:
    Ampio, discretamente attrezzato a terra, ma incasinato da morire già fin dalla rada dove stazionano disordinatamente decine di navi mercantili di ogni tipo e tonnellaggio, in attesa di caricare o scaricare le proprie mercanzie. Non dimentichiamo che questa e' la porta di accesso principale per qualsiasi merce che entri, esca o transiti via mare in questo immenso Stato federativo, definito non a caso "subcontinente"; termine che rende assai bene l'idea della vastità del suo territorio.
    Andando oltre, scopriamo che anche qui, come a Goa, le Autorità d'immigrazione sono assai più elastiche rispetto a Cochin. Il che rafforza sempre più il mio sospetto che le Autorità del Kerala, cioè di Cochin, abbiano più di un motivo per "difendere" le illegalità commesse a danno dei nostri militari cola' detenuti.
    L'impatto visivo con questa mega-città di oltre sei milioni di abitanti e' di grande stupore
    e di ammirazione. Tuttavia anche qui la miseria, il degrado e la fame sembra che la facciano da padroni. Si percepisce comunque un certo sforzo di miglioramento; magari sarà solo apparente. Verificheremo in seguito.
    Il traffico urbano, caotico come a Cochin, appare un po' più regolamentato. Soprattutto si
    vedono più poliziotti nei punti nevralgici, armati con lunghi "sfollagente" in legno; da noi si chiamano manganelli, sicuro retaggio del dominio inglese. Anche le loro divise si ispirano a quelle coloniali britanniche, quelle tramandate da tanti film tipo "Il ponte sul fiume Qway", tanto per capirci.
    La nostra prima escursione, si svolge con ben due guide: un giovane professore parlante un ottimo italiano ed una giovinetta, molto graziosa di nome Karita, con il compito di tenere sempre unito il gregge perché non si perda nessuno nel traffico caotico. Quest'ultima parla solo uno stentato inglese, peggiore del mio.
    Prima invitabile tappa: un tempio indù con il consueto rituale dell'ingresso con scarpe in mano. Nulla di eccezionale, ne abbiamo visti di migliori.
    Poi mercatini, tanti, ben dislocati nei vari quartieri che si traversano; con offerta di souvenir statuette intagliate, chincaglieria varia e le immancabili calamite in mille versioni.
    La ragazzina-aiuto-guida con compiti di pastorella, ha il sul bel daffare. Corre avanti e indietro, davvero come il cane raduna il gregge e lo fa anche molto bene. La città e' molto grande ed il rischio di perdersi lo e' altrettanto. Le raccomandazioni accorate del capo-guida cadono regolarmente nel vuoto e ogni volta che si risale sul bus bisogna sempre attender il fesso o la fessa di turno che, con sorriso smagliante, accampa risalendo, le scuse più idiote. E' un clichet che si e' ripetuto decine di volte finora e che credo si ripeterà fino a fine viaggio. Tra l'altro, quando si torna a bordo, si deve mettere quasi sempre in conto la mancanza di qualche fenomeno che si e' perso e ciò' fa imbufalire il Comandante costretto a ritardare la partenza. In questa tipologia di contrattempo, mi si dice che eccellono le signore tedesche. Chi l'avrebbe mai detto?
    Ci viene ora proposta la visita ad un bellissimo parco-giardino confinante con il mare che si intravvede fra gli alberi con effetto molto suggestivo e qui ci attende una vera sorpresa:
    In spazi attrezzati, come radure o piazzole, incontriamo intere scolaresche che svolgono
    le loro attività didattiche ordinarie nel verde del parco. Ognuna di queste classi e' assistita da almeno tre insegnanti che, coordinate da uno di loro, insegnano con metodo ludico e con grande partecipazione la lingua inglese. I bimbi, tutti carinissimi, indossano una divisa semplice, ma ordinatissima: gonnellino nero e camicetta bianca per le bimbe, pantaloncini corti neri e t-shirt bianca per i maschietti. Quindi devono appartenere a caste elevate. Lo spettacolo e' tenerissimo. Naturalmente tutti noi dai a fotografare o riprendere senza che ci venga impedito. Evidentemente le insegnanti ci sono abituate. La guida-capo ci spiega che in India e' frequentissimo questo metodo d'insegnamento, inventato dalla italianissima Maria Montessori, una delle glorie italiane che in Patria ha avuto minor successo e, come riconoscimento finale ha avuto solo l'onore della propria effige sulle vecchie "mille lire" e che nessuno neppure ricorda nemmeno più perchè soppiantate dall' €uro. Nemo profeta in Patria; dovevamo venire in India per averne conferma.
    I bimbi vengono coinvolti dal nostro entusiasmo fotografico, ma rimangono disciplinati nei loro ranghi, senza bisogno di essere richiamati. Con tutta evidenza il metodo Montessori funziona, anche nella sregolatissima India.
    Dopo la gioiosa parentesi, allietata da tanta innocente freschezza, e' ora il momento di
    un piatto forte del colore locale che, a mio vedere, merita un approfondimento. Intendo parlare della "lavanderia pubblica" di Mumbay; uno spettacolo affascinante e credo unico
    al mondo. Un villaggio-laboratorio autonomo a se stante, inglobato nella città.
    Ecco di che si tratta:
    Proprio nel bel mezzo del tessuto urbano scorre un fiume che poi sfocia in mare poco distante. Il fiume e'attraversato da un ponte piuttosto imponente che nel punto centrale
    sovrasta un amplissimo spazio confinante con il fiume stesso. Questo spazio, grande come sette, otto campi di calcio, contiene un'immensa lavanderia pubblica all'aperto, organizzata, meglio disorganizzata in modo che definire "pittoresco" e' quanto
    meno eufemistico. Immaginate un formicaio di diecimila addetti, perchè tanti essi sono,
    che si muove con un incomprensibile ordine-disordine intorno a montagne di panni sporchi da lavare e montagne; di capi puliti in attesa di stiratura, quando necessaria. Infine vi e' una terza montagna, molto più ordinata delle prime due, costituita da cataste di panni e capi già lavorati, pronti per la consegna. Uno spettacolo stupefacente!
    Attraverso angusti varchi praticati sulla balaustra di protezione del ponte i "clienti" consegnano agli addetti in attesa i capi o i panni da lavare, ricevendo scontrini di ricevuta
    con l'indicazione del numero del servizio richiesto e l'ora del ritiro di quanto consegnato. Gli addetti discendono rapidamente la ripida scaletta con il fardello appena ritirato, sparendo inghiottiti dalla moltitudine che si agita sul fondo di questo girone infernale dove
    le lenzuola bianche e gli altri capi, stesi ad asciugare su un fitto reticolo di fili, formano miriadi di candidi sipari che conferiscono al luogo un aspetto spettrale ed avvincente al tempo stesso. Altri addetti risalgono la scaletta in senso inverso, carichi di fagotti legati
    approssimativamente e li consegnano ai committenti, in paziente attesa del loro bucato, con la loro ricevuta in mano e previo pagamento del prezzo pattuito. Tutto questo trambusto di vai e vieni sulla angusta scaletta di pietra umida e consunta ricorda appunto
    l'attività frenetica delle formiche che procedono nei due sensi in fila "indiana". Se poi rapportiamo questo traffico al numero che ci e' stato detto, di diecimila persone, con un po' d'immaginazione si riesce a dare una vaga idea di quest'industria a cielo aperto. Chi ha detto che il terziario e' nato in occidente? Qui c'è una evidente prova contraria.
    Provo ad interrogare la nostra guida sul funzionamento di questa bolgia e mi spiega che la potenzialità di questa lavanderia pubblica e' di oltre cinquantamila pezzi lavorati ogni giorno su circa dieci ore lavorative. A occhio e croce sono poi solo cinque pezzi per ogni addetto; non molto invero. Ma il dato straordinario, assolutamente attendibile, e' che nei suoi moltissimi anni di funzionamento non si sono mai verificati inconvenienti di sorta. La presa in carico e la riconsegna dei capi e delle lenzuola lavati avviene con una precisione incredibile. Afferma la Guida che non gli risulta sia mai verificato uno smarrimento, uno scambio, un solo reclamo sulla mancata riconsegna al legittimo proprietario anche di un solo fazzoletto. Tenuto conto del caos apparente che regna in questo luogo, c'è veramente del portentoso. Onore al merito!
    Mentre sotto di noi si sta svolgendo questo prodigioso servizio, al livello della strada, dove noi ci troviamo, si svolge la vita ordinaria: traffico caotico, accattonaggio, vendita di cianfrusaglie e, persino una vacca, si' proprio una vacca sacra, legata per le corna ad un lampione stradale dal suo proprietario, che ne sta sfruttando la "sacralità" a scopo personale, coadiuvato da una moglie e da tre o quattro bimbi che rincorrono i turisti o
    i fedeli indù, porgendo loro un ciuffo d'erba da offrire alla vacca con una mano ed allungando l'altra per ricevere l'obolo.
    Infatti, poco distante dall'animale "sacro" c'è un grosso fagotto di tela ricolmo d'erba,dal quale i suddetti bimbi ed i passanti, non tutti per fortuna, strappano ciuffi che porgono all'animale, previo pagamento dell'obolo al furbastro che ovviamente sbarca il lunario con quel mezzo.
    Anch'io io e diversi croceristi, presi da sacro fuoco induista, pagando il dovuto ovviamente, strappo dal fagottone un bel ciuffo d'erba e lo porgo alla divinità incarnata nell'animale il quale, anzi la quale, visto che e' femmina, non lo considera nemmeno e lo lascia cadere a terra sdegnosamente; deve essere piena com'era uovo.
    Lo si deduce facilmente dal gran cumulo di erba caduta sotto il suo muso e da un altro cumulo, non più verde, ma molto odoroso che sta dall'altra parte della vacca. 0vviamente i croceristi ed io fa quelli,l si scatenano in vere orge fotografiche che poi infliggerà nom. agli amici al rientro in Patria, durante le serate organizzate per celebrare il ritorno.
    Questa divertente scena estemporanea sta letteralmente causando un ingombro pedonale che, intasa il marciapiede e, parzialmente, anche la sede stradale, causa un incredibile casino nel già incasinatissimo flusso veicolare.
    Poco distante staziona un poliziotto o vigile che non muove un dito, anzi un pelo per dare
    soluzione all'ingorgo. Mi vien da riflettere: "chi si sogna di far sgombrare una sacra vacca
    ed il suo stalliere. E se la divinità che dimora nella vacca s'incazza? Molto meglio quindi
    un bell'ingorgo stradale; tanto uno più, uno meno....."
    A proposito della sacralità di questo mansueto animale, mi sembra giusto riportare che ho visto con i miei occhi diversi "fedeli" indù appoggiare la propria fronte con deferenza al capo della vacca, sfidando il rischio che una mossa inconsulta della medesima potesse causare qualche guaio. Potenza della fede!
    Lasciata la pittoresca lavanderia-bolgia-infernale e la sacra vacca satolla d'erba fino agli occhi, veniamo ora guidati attraverso un lungomare bellissimo e straordinariamente suggestivo, contornato da palazzi lussuosi, chiamato "Marina drive", cioè "guida sul mare" e poi ad uno dei punti notevoli della città'; la "porta dell'India". Si tratta di una straordinaria costruzione, in pietra scura raffigurante una specie di "arco trionfale" in stile moresco-indiano ed e' veramente molto bella. Sorge su un piazzale immenso, circondato da alberi su tre lati che gli fanno da cornice a debita distanza, come ad un quadro prezioso. Il quarto lato della piazza immensa confina con il mare, meglio con l'oceano indiano che lambisce quasi la porta. Il monumentale arco, si apre verso l' Oceano a simboleggiare che quel punto e' veramente l'ingresso marittimo più importante per la grande nazione indiana. Ha chiaramente solo funzione simbolico celebrativa, ma e' talmente imponente e ben costruito che oltre all'ammirazione suscita persino un po' di reverenziale timore.
    Tutto intorno alla grandissima piazza, frequentatissima da autoctoni nullafacenti e da turisti di ogni etnia, intenti a fotografare ed a riprendere la "Porta dell'India" da ogni possibile angolazione, oltre alla cornice degli alberi, sorgono gli edifici più prestigiosi di Mumbai:
    In prevalenza sono alberghi appartenenti alle più prestigiose catene mondiali. Ma non
    mancano anche palazzi destinati ad abitazioni, si dice di grande prestigio. Al piano
    strada di tali edifici pullulano i negozi più prestigiosi della città. Non manca penso nessuna
    delle grandi "griffe" di gioielli, abbigliamento, arredamento anche di pregevole antiquariato.
    In altre parole questa e' la parte ricca di Mumbai che stride terribilmente con tutto il resto della città che, oltre la cortina degli alberi intorno all'immensa piazza, vive la sua povertà drammatica che pur tenendo in conto la divisione in caste di questa popolazione affamata,
    non giustifica in nessun modo questi inaccettabili disumani contrasti.
    Non a caso la recente storia dell'India, dopo la raggiunta indipendenza dalla corona inglese, e' costellata da sanguinose rivolte e da attentati bombaroli che hanno sterminato intere famiglie di governanti; leggasi famiglia Ghandi, ma non solo di quella. Inoltre non dimentichiamo che geograficamente l'India confina con paesi turbolenti che sono continuamente all'onor delle cronache, naturalmente in negativo, dai quali paesi continua ad importare teste calde che poi diventano focolai di disordini per l'India stessa. Quindi non e' poi così lontana dalla realtà la possibilità che per le ragioni più diverse e complesse,
    queste drammatiche differenze sociali sfocino in qualche sommovimento. Sono comunque
    problemi estranei a questo racconto di viaggio. Ne ho fatto cenno solo per "dovere di
    cronaca" e per cercare di spiegare, soprattutto a me stesso, tanti disumani contrasti.
    Alla fine di una giornata faticosa, ma produttiva di intense emozioni, rientriamo a bordo
    con la soddisfazione e l'orgoglio di aver utilmente impiegato il nostro tempo.
    Ci resta solo da fare un breve cenno al meraviglioso spettacolo di Mumbai in versione
    notturna: uno spettacolo veramente indimenticabile. Il resto a domani.
    Il secondo giorno a Mumbai coincide con il giorno di domenica. Circostanza che sottintende vantaggi e svantaggi. Il vantaggio maggiore consiste nella minore intensità del traffico; credete che non e' poca cosa.
    Lo svantaggio, se così si può definire, e' che molti negozi sono chiusi. Resta poi da vedere se si tratta di un vero svantaggio.
    Non avendo prenotato, per scelta volontaria, alcuna escursione collettiva, dobbiamo per
    forza servirci di un taxi. Scegliamo uno dei meno sgangherati che stazionano sotto bordo
    a Deliziosa, in ogni caso un miserabile catorcio; figuriamoci i peggiori! Ci conduce al centro, attraversando quartieri già visti ieri, ma oggi, con traffico più leggero ci appaiono
    In una luce diversa; persino più vivibili nonostante il degrado.
    Ritorniamo alla piazza dove sorge imponente la stazione ferroviaria; una delle più trafficate
    di tutta l'India. E' un vero monumento allo stile "liberty-coloniale" che forse non esiste nemmeno dal momento che detto stile non accetta aggettivazioni o condizionamenti, altrimenti cesserebbe di essere "Liberty". Sul lato opposto della piazza, leggermente defilato, sorge un grande edificio a quattro piani che a prima vista potrebbe sembrare disabitato. Non e' così; gli abitanti, anzi gli occupanti ci sono, ma non manifestano la
    loro presenza perché, come ci spiegano, sono tutti occupanti abusivi. Restiamo attoniti
    nel contemplare tanta bellezza, attenuata, anzi azzerata, dalla decadenza dell'edificio.
    Ci spigano che la ragione di tanta miserabile condizione e' da attribuire in pari misura
    dall'incuria della proprietà e dal disinteresse pubblico che impera dovunque, ma che
    abbiamo già incontrato diverse altre volte: in India, come anche altrove. Le cause: oltre
    alla povertà endemica che rimane sempre in testa alle altre, il fatalismo ostinato che caratterizza la loro fede predominante ed infine la rigida suddivisione in caste che paralizza, anzi azzera ogni motivazione al miglioramento nelle caste basse. In altri
    termini, se uno nasce nella casta degli "intoccabili", la casta più bassa di tutte, non potrà mai aspirare ad un passaggio alla casta superiore. Rimarrà "intoccabile" a vita, ne' potrà mai pensare di impiantare una famiglia con un soggetto di casta diversa dalla sua. Non se ne parla proprio. Unica eccezione a tale millenario ordinamento sociale e' il lavoro. Infatti la carta costituzionale di questo paese sancisce il divieto di qualsiasi discriminazione di casta nel luogo di lavoro. Ne consegue che, a pari mansione, qualifica, responsabilità, rischio, il salario deve assolutamente essere uguale. Un bel principio di parità, non vi pare?
    Solo che una volta fuori dal lavoro un intoccabile torna ad essere un intoccabile, quindi
    un pezzente, magari con qualche rupia in più, ma sempre pezzente. A vita!
    Contro questo barbaro principio, irreversibilmente radicato nella cultura indiana si e' battuto fino al sacrificio della propria vita il "Mahatma Gandhi", l'indiano più famoso di tutti i temp, nato proprio a Mumbai dove esiste ancora la sua casa, oggi trasformata in museo. Uomo di piccola statura fisica, ma di grandissima statura morale, celebrato in tutto dal mondo per la sua crociata contro il colonialismo e la discriminazione razziale, cominciando dal Sudafrica dove visse a lungo ed inizio' la sua tenace battaglia pacifista ed anti-inglese. Lui, avvocato difensore dei poveri, uomo di pensiero e di assolute convinzioni pacifiste, una volta rientrato in Patria, dopo aver praticato la sua professione in favore dei più deboli con esito purtroppo negativo, si dedico' solo alla predicazione del suo nobile pensiero; giro' per tutta l'India coprendo la sua nudità fisica solo con un lenzuolo bianco ed un bastone cui appoggiarsi nel suo incedere malfermo. Scosse le coscienze, trascino' le masse dei diseredati fino all'indipendenza del suo Paese dal giogo degli inglesi e, alla
    fine, rimedio' solo un colpo di pistola al cuore in un attentato di cui si conosce l'esecutore materiale, ma non i mandanti, almeno ufficialmente. Amen! Oggi di lui rimangono solo diversi monumenti che si incontrano girando per le strade di Mumbai.
    Alcuni di questi sono veramente di pregevole fattura e lo raffigurano sempre in atteggiamento deambulante, con il suo bastone ed il suo lenzuolo come unica ricchezza; con gli occhialini rotondi inforcati sul naso e con il suo eterno sorriso trascinante.
    Visitiamo la sua ultima dimora, trasformata come già detto, in museo. Un museo invero
    assai modesto con pochissimi reperti personali, visto che non possedeva nulla. Si svolge su due livelli dei quali quello inferiore dedicato all'accoglienza, povero e scarno come lo stile di vita del Mahatma. Vi campeggia un busto ligneo di lui, di fattura assai realistica che credo sia l'oggetto più fotografato in tutta Mumbai. Si accede al livello superiore salendo una ripida scala in legno tanto stretta che due persone contemporaneamente non possono percorrerla; bisogna per forza cedere il passo.
    Al livello superiore libri di diritto scritti in inglese, non molti per a verità, ma molto "vissuti"
    come si denota dalle pagine consunte. Dappertutto alle pareti, anche sulla scaletta appena
    descritta, fotografie che ricordano la vita del Mahatma, dai suoi trascorsi di minatore in
    Sudafrica, fino ai suoi ultimi giorni di vita. Una povera, ma avvincente rassegna. Poi, al fondo di uno stretto corridoio scarsamente illuminato, mi prende quasi un colpo. M'imbatto
    faccia a faccia in una gigantografia ad altezza naturale del Mahatma che spunta fuori da una porticina seminascosta, ricoperto del suo lenzuolo ed impugnando il suo bastone.
    Devo dire che l'effetto realistico e' impressionante. Ti viene incontro sorridente, con gli occhialini calcati sul naso e sembra invitarti a seguirlo. Chi ha pensato questo effetto scenico e' un genio della fotografia; onore a lui.
    La visita alla casa di Ghandi non dura molto. Intanto c'è poco da vedere; poi la gente ti
    spinge, volente o nolente, ad accelerare il passo. Ti rimane solo, a visita ultimata, la voglia
    di riflettere su quel grande personaggio. E credete, ce n'è da riflettere!
    Riguadagnamo la strada,incrociando la coda, sempre più lunga, che si forma per visitare la "Ghandi house". Mi vien da pensare alla fortuna che abbiamo avuto noi che di coda ne
    abbiamo fatto pochissima. Ora il nostro programma individuale ci porta a ricercare qualche
    negozio aperto. Per comprare cosa poi? Vedremo.
    Il tassista, furbissimo ed ammiccante, ci conduce al quartiere Lowers, quello elegante con tanto di "Porta dell'India", già visitato ieri. Aveva ragione lui: qui i negozi, quelli più eleganti,
    sono aperti. Il lusso ed i capricci degli abbienti non conoscono orari. Anche l'assalto delle
    questuanti con bambini al seguito ha un po' allentato la sua morsa.
    Entriamo in qualche negozio, più per curiosità che per reale intenzione di acquistare. Solo
    che una volta entrati, dopo il rituale "welcome", ti prendono in ostaggio e non riesci più a
    sganciarti. E' una lotta estenuante; soprattutto nei negozio di preziosi e di oggetti raffinati.
    Credo si tratti di commessi o proprietari di casta alta con grosse frequentazioni scolastiche
    europee. Qualcuno parla anche italiano e si vanta di periodi più o men lunghi passati nella
    nostra terra, prodigandosi in sperticati quanto poco credibili elogi della nostra gente. Non bastano i modi decisi per sganciarsi; sono dei venditori nati. Comunque con grande fatica generalmente ci riusciamo; ma che fatica ragazzi!
    Il rientro a bordo non ha storia, anzi no: liquidato il tassista e superati i controlli dell'autorità
    portuale e quella, assai più efficace, del bordo di Deliziosa, attendiamo con pazientemente la partenza, che non avviene. Pensiamo a qualche ritardatario, evenienza già accaduta in
    altri porti del nostro "giro". Invece non e' questa la spiegazione: dopo che il ritardo ha oltrepassato l'ora, assistiamo dal nostro balcone alla discesa a terra della Polizia portuale
    Indiana. Il nostro stupore ed anche un po' di rabbia trovano poi la spiegazione: mentre il
    sistema elettronico della nave dava per rientrati tutti i passeggeri, i funzionari indiani davano per mancante una delle loro " Landing card", carta di sbarco, quella distribuita dalle Autorita' portuali. Solo non erano in grado di dire quale. La carta mancante non era attribuibile a nessuno. Allora? Allora e' stato necessario procedere prima ad un riconteggio e poi alla spunta di 2850 passeggeri e di 952 membri dell'equipaggio; un'impresa snervante. Alla fine la spiegazione del mistero:
    Gli indiani avevano sbagliato una somma parziale che si ripercuoteva sul totale generale.
    Bene, pensate che si siano scusati? Nemmeno per idea; neppure una sola parola. C'è
    voluta l'incazzatura del nostro Comandante che ha minacciato di richiedere l'intervento
    del Consolato italiano per ottenere l'autorizzazione a salpare. Solo questo li ha convinti, capito?
    Che conclusione trarre da questa prolungata tappa di Mumbai? Difficile davvero fare una sintesi. Mi ci provo comunque:
    Quando si sentono i "reportages" televisivi ed anche di molta carta stampata, nel contesto
    dei quali si celebra ed enfatizza il progresso di talune nazioni di recente passaggio alla
    democrazia ed al conseguente sicuro successo tecnologico, si dovrebbe anche ragionare
    in termini di eguaglianza e di pace sociale, nel senso di dare a tutti i cittadini di quel tale
    Paese un livello minimo di sussistenza. Non e' sicuramente questo il caso dell'India la cui
    divisione in caste, accettata ormai da secoli come sottofondo culturale immutabile, genera
    venti, trenta milioni di individui senza reddito, senza alcuna prospettiva oltre all'accattonaggio. Quando questa attività e' organizzata industrialmente ed accetta come normale lo sfruttamenti dell'uomosull'uomo. Quando solo una minoranza istruita eccelle, magari in modo eclatante, mentre la maggioranza non conosce neppure le scritte pubblicitarie perché non conosce l'alfabeto. Quando tutto questi ingredienti bollono insieme in una sola enorme pentola sotto pressione; bene questa pentola rischia di saltare prima o poi, come dimostra la tragica vicenda dell'emigrazione di cui noi italiani viviamop solo una infinitesima parte.
    Signori giornalisti economici che enfatizzate il progresso delle "tigri asiatiche", associando nell' analisi termini assolutamente non confrontabili, come Singapore, la Malaysia e l'India, prima di continuare a scrivere cazzate per vendere la vostra sporca merce totalmente priva di onesta' intellettuale, prima veniteci a soggiornare in queste "tigri"; poi forse potrete scrivere. Ma tanto trovereste ugualmente il coraggio di mentire, come avete sempre fatto per sbarcare il lunario!
    Ciao Mumbai, ti saluto con tanta tristezza per tante bellezze e potenzialità buttate nella spazzatura che i tuoi cantori giornalisti-economici nascondono sotto il tappeto. Spero davvero di sbagliarmi.
    Ora, mentre mi passa l'incazzatura, vorrei prepararmi alla prossima tappa: AbuDhabi.



    - 1* giorno - arrivo ore 8 - porto incasinato da traffico intenso.
    Discesa a terra. Exc,con bus x visita città. Tempio
    Indù - mercatini - parco - scolaresca all'aperto. Quartieri
    Poveri ed eleganti. Lavanderia pubblica (10.000 addetti).
    Marina-drive e Porta dell'India. Rientro alla nave.
    Pom. Taxi x negozi. Quartiere Lowers. Acquisti. Rientro
    In serata con MUMBAY illuminata. Suggestioni.
    -2* giorno - al mattino ritorniamo in taxi al centro di MUMBAY .
    E' domenica- traffico più umano- pochi negozi aperti. Trattative
    Estenuanti. Rivisitazione città luoghi notevoli già visti ieri.
    Bellezza della natura e di alcuni luoghi notevoli. Degrado e
    Poca voglia di riscatto. Questione delle Caste. Legislazione
    Sociale. Tutto e' denaro, compresa la vita umana.
    Ripartenza con 1 ora di ritardo. Mancava una Landing card.
    Tutto a posto con alcune casse dalla cambusa.
    Prox scalo. Abu Dhabi. A ca.1250 Mn.
    Daniela
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  7. #417
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    oggi web oscurata!!!
    Daniela
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  8. #418
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    proprio come nel documentario sul canale privato spiega che:

    essendo al largo delle indie navigazione verso Abu Dhabi
    sono in allerta pirati
    stanno adottando tutte le misure di sicurezza
    riducono all osso anche le comunicazioni radio
    per non essere intercettati!!
    Daniela
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  9. #419
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    ABU DHABI - (Emirati Arabi Uniti), La Capitale.
    Archiviata la favolosa India, dopo tre giorni pieni di navigazione, Costa Deliziosa risale pian piano verso casa. Ci mancano ormai soltanto gli Emirati Arabi Uniti, il sultanato
    dell' Oman e l'Egitto a completare il nostro "giro".
    Arriviamo nel porto di Abu Dhabi, capitale della Federazione degli Emirati con assoluta
    puntualità, come da programma, alle 8 del mattino.
    La Federazione comprende sei piccoli territori, governati a regime di Emirato, collocati strategicamente nello stretto di Ormund più il sultanato dell'Oman che invece occupa una
    vastissima fascia lungo la parte più meridionale della penisola arabica il cui sottosuolo e' un unico immenso lago sotterraneo di petrolio.
    Lo stretto di Ormund e' il punto nevralgico che controlla, si fa per dire, il traffico marittimo
    da e per il Golfo Persico. Abu Dhabi si trova proprio nel suo centro. Per questo motivo, ma
    non soltanto, e' la Capitale di questa Federazione di Emirati che in Arabo significa "principati". Sono governati da sovrani assoluti; gli Emiri appunto, cui tutto e' consentito. Governano i loro paesi, tutti abbastanza piccoli quanto a territorio, con una organizzazione socio-politica di stampo...familiare. Nel senso che tutti i ministri, i dignitari, tutti coloro che detengono potere nei singoli Emirati, appartengono alla famiglia ed alla "tribù" del regnante di turno. A motivo di ciò il tasso di corruzione economico-politica e' molto elevato. Infatti i detentori del potere, soprattutto coloro che si interessano dell'estrazione e della vendita del petrolio, sono soliti richiedere ai loro "clienti" cospicue "mazzette" con le quali impinguano i loro conti esteri, regolarmente accesi nei numerosi paradisi fiscali sparsi per il mondo. L'Emiro regnante conosce molto bene tutto questo poiché il loro modo di governare si basa sulla "delazione", sull'intrigo, sulla spiata. Poiché pero' la percentuale maggiore delle mazzette finisce, per spartizione, nelle sue casse personali, non glie ne frega più di tanto.
    In fondo il piatto e' ricco. Ce n'è per tutti. Anche per i sudditi meno istruiti che in tal modo possono evitare di lavorare; nel senso meno nobile di e "fancazzista" di questo termine.
    Infatti, oltre alle ricche "elargizioni" che l'Emiro fa al suo popolo con i proventi del petrolio, e' consentito a tutti, se lo vogliono, di esercitare piccoli traffici commerciali nei generi più diversi, tanto per tenerli occupati; purché' non si tratti di petrolio, riservato rigorosamente alla famiglia regnante.
    L'attracco della nostra Deliziosa si trova in una specie di base militare, vicino a unita' da guerra piuttosto vecchie ed obsolete, tutte di fabbricazione europea, anche italiana.
    A giudicare dai modelli e dall'armamento si comincia a dubitare della loro efficacia bellica anzi, non devono avere una funzione difensivo-strategica molto importante. Infatti nella zona incrocia sempre, con il benestare degli Emiri e con grande irritazione del vicino Iran, eterno nemico, una parte cospicua della flotta americana; soprattutto portaerei e sommergibili lanciamissili in grande quantità; una potenza davvero micidiale.
    La nave più moderna che vedo accanto a noi e' una corvetta dotata, oltre a cannoncini di
    modestissima potenza, anche di due tubi lanciamissili. Un vero lusso per la scalcinata
    flotta locale. Se ci informassimo meglio forse scopriremmo che e' stata costruita in Italia.
    La nostra visita della città, dopo un lungo giro d'orientamento attraverso strade larghe, ordinate, modernissime lungo le quali si elevano edifici sfarzosi ultramoderni ed enormi grattaceli, sicuramente più alti e moderni di quelli di Manhattan. Questa parata di immobili di gran lusso contribuisce a celebrare la smodata ricchezza locale consacrata, anche sotto il profilo religioso, da un' imponente moschea un po' distante dal centro. La nostra prima tappa dell'escursione odierna.
    L'edificio religioso ci appare, come un miraggio, al centro di un immenso parco-giardino che richiama vagamente lo sfarzo dei giardini di cui si fregiavano le più potenti corti europee. Oggi questa moschea, se non la più grande al mondo, sicuramente una delle più grandi, rappresenta una meravigliosa sintesi dell'arte islamica. Tutta rivestita in marmo bianco di Pietrasanta, mostra le sue armoniose forme architettoniche con tutto il legittimo orgoglio di un'opera monumentale di cui i suoi ideatori e progettisti ed i suoi realizzatori godranno giustamente la gloria.
    I quattro minareti, pure loro bianchissimi, arditi e svettanti agli angoli del colonnato che circonda il corpo centrale dell'edificio, la bellezza del parco che gli fa da cornice, costituiscono un complesso armonioso, che suscita sensi d'invidia ammirata in chi la visita e ne valuta la componente artistica, senza pregiudizi religiosi.
    Un oggetto, un dipinto, una scultura, una chiesa, una moschea; in altri termini i capolavori della creazione umana, quando sono oggettivamente belli come questo, escono dal giudizio condizionato dalla componente fideistica, per entrare nel "Gotha" dell'arte universale. Questo sarà sicuramente il destino di questa moschea, quale che sia la sua funzione religiosa. Un po' come e' successo al complesso monumentale di Santa Sofia ad Istanbul che, pur avendo cambiato uso per effetto di cambio della religione dominante, non ha affatto perduto il suo fascino originale, anzi!
    Ci attardiamo molto più del previsto nella visita di questo complesso artistico-religioso, aiutati ed invogliati da una guida locale di rara preparazione, parlante un ottimo italiano.
    Al momento di staccarcene, molti di noi, io fra quelli, si fanno richiamare all'ordine per il ritardo con cui risalgono sul pullman. Pazienza, ne valeva la pena!
    Ora viene il momento del museo civico; realizzato in un grande e razionale edificio moderno cpcon lo scopo di celebrare la grandezza ed i fasti della dinastia regnante.
    Qui bisogna dire che le cose sono un po' diverse: il museo non ha un ordine preciso di
    esposizione come normalmente avviene nei musei tradizionali, intesi come luoghi della memoria e della cultura. Gli oggetti ed i reperti esposti vanno dalle armi antiche, da fuoco e da taglio, alla vettura Aston Martin che fu dell'Emiro tal dei tali e che il nipote di lui, attualmente regnante, ne usa ora una ancor più bella. Non che sia tutto negativo, per lo meno molti dei "pezzi" che vi sono ospitati sono notevoli anche sotto il profilo storico-culturale. Solo meriterebbero una diversa e più razionale esposizione e, forse un po' meno di promiscuità e confusione fra i reperti; nulla di più.
    Il programma prosegue con la visita al "quartiere della civiltà araba". Una interessante rassegna "dal vivo" della storia e dell'evoluzione della civiltà di questo paese; moderno nella struttura, ma maledettamente ancorato alle abitudini ancestrali, cominciando dalla
    legislazione di tipo feudale. Nonostante la sua illuminata modernità, questo Emirato mantiene ancora in vita abitudini e gerarchie difficilmente compatibili, a mio modesto parere, con il grado di progresso tecnologico e relazionale che ha frettolosamente adottato
    e che lo spinge inesorabilmente dal basso, verso uno stile di vita moderna, non proprio
    in sintonia con le suddette tradizioni ancestrali.
    Il percorso di questa visita propone dal vivo la ricostruzione di ambienti e modelli di vita
    del suo passato, ma di grande fascino che ti aiuta a capire, se ci riesci, l'evoluzione del
    loro modo di vivere. Si snoda lungo un porticato sorretto da colonne in muratura, volutamente scrostati; ricoperto di foglie di palma rinsecchite dal sole.
    Ogni ambiente che si propone ai nostri occhi incuriositi e' la ricostruzione più o meno fedele della realtà artigianale del tempo che vuole rappresentare.
    C'è la bottega del falegname, quella del lanaiolo che carda la lana e la predispone per la tessitura; c'è una piccola soffieria del vetro; un telaio con un tappeto in lavorazione, che ben difficilmente sarà mai terminato. Il telaio viene azionato svogliatamente con un sorriso mancante di parecchi denti. Vi e' un finto ciabattino che illustra la lavorazione del cuoio e distribuisce gratuitamente alle signore piccoli oggetti ricordo. Neppure una donna fa parte
    di questo "presepe vivente". Facile indovinare il motivo.
    Insomma, a fine percorso, si ha un'idea abbastanza approssimata di come si svolgeva la
    vita in questi luoghi fino a non molto tempo fa, prima che la scoperta dei ricchi giacimenti petroliferi e l'improvviso conseguente benessere venisse a sconvolgere la situazione.
    E' arrivata l'ora di pranzo che ci verra' servito all'Hotel Emirates Palace Hotel; il più prestigioso di tutta Abu Dhabi. E qui e' d'obbligo fare una dettagliata descrizione del sito.
    L' albergo si fregia di sette stelle e lo scrive anche nella sua pubblicità. Solo che la classifica mondiale dell'hotelleria ne prevede al massimo cinque. Quindi come si spiegano
    le altre due aggiunte a questo fenomeno d'albergo? Ci viene spiegato che in effetti la classifica ufficiale rimane immutata, ma che le due stelle, arbitrariamente aggiunte, sono concesse solo a tre strutture alberghiere in tutta l'immensa e ricca penisola araba e sono dovute al valore aggiunto della bellezza esteriore del fabbricato, nonché dal contesto in cui e' stato realizzato. Un po' come dire che le stelle qui se le attribuiscono loro e.. Va bene così. In più la favolosa struttura appartiene all'Emiro; e chi si sogna di contestare?
    In effetti pero' bisogna riconoscere che per valorizzare questo monumento al lusso ed al buon gusto, di ispirazione araba s'intende, l'Emiro o chi per lui, ha progettato tutto un contesto di incredibile e armoniosa bellezza che circonda da ogni lato l'imponente costruzione.
    Questa meraviglia d'albergo sorge alla sommità di una collinetta; probabilmente una "soprelevazione" artificiale del terreno che da queste parti e' tutto pianeggiante; tanto quanto basta per dargli la necessaria imponenza scenografica.
    Infatti, vista dal basso, la struttura somiglia più ad una reggia, tipo Caserta per capirci,
    ma totalmente diversa quanto a stile ed ambientazione in puro stile moresco.
    Lo spazio tutto intorno e' un'immensa parata di fontane e giochi d'acqua che sbucano da
    ogni dove, specialmente dal lastricato circostante, rigorosamente in granito di caldo colore tendente al rosso, ma non troppo. Insomma molto bello e nemmeno troppo pacchiano.
    Mi viene automatico pensare a qualcosa di simile, visto vicino al porto di Los Angels, dove Deliziosa era attraccata durante la nostra permanenza. Solo che al confronto con questa fantasmagoria di effetti speciali in versione idraulica, gli zampilli di Los Angeles, pur bellissimi, non riescono a reggere il confronto. E non e' nemmeno detto che il progettista
    sia diverso; solo che qui il "budget" deve essere stato molto più ricco. Ah, questo petrolio!
    Si accede al corpo dell'edificio alberghiero sia in auto, attraverso una rampa che sale dolcemente la collinetta, sia a piedi, salendo una scalinata degna di un film colossal americano; una magnificenza senza pari. Gli interni dell'edificio sono di una sontuosità e di un buon gusto da lasciare il visitatore veramente sbalordito. Qui gli architetti, di ogni nazionalità, si sono davvero sbizzarriti senza problemi di "budget". Che cuccagna per loro!
    Spicca ovunque, senza risparmio, lo sfarzo dei saloni, alcuni ampi quanto mezzo campo di calcio; la ricchezza dei pavimenti, dei marmi alle pareti, delle sontuose colonne marmoree, degli arredi; insomma siamo in una vera reggia attrezzata ad albergo, dove si celebrano i fasti dell'Emiro e dei suoi familiari e dove l'ospite si sente importante a prescindere dal proprio censo. Infatti, per entrare, l'apparato d'accoglienza, composto da maschi in livrea e
    da graziose fanciulle sicuramente non islamiche, ti passa ai "raggi x" anche se con grandi
    accattivanti sorrisi e rassicuranti salamelecchi.
    Il pranzo, sontuosissimo, ci viene servito in un salone riservato, dove il personale e' quasi tutto indiano, indonesiano, filippino. Se ne deduce che l'Emiro, o chi per lui non intenda concedere ai propri sudditi di servire a tavola dei "miserabili" infedeli europei o, in alternativa, perché le ragazze locali, costrette nei loro mortificanti "chador", potrebbero essere oggetto di morbose attenzioni da parte di qualche sprovveduto in cerca di guai; oppure infine, ed e' questa forse l'ipotesi più verosimile, perché il personale di cui abbiamo detto: indiani, filippini, indonesiani, costano davvero poco. Non più di un terzo di quanto costerebbe un pari addetto di nazionalità araba. Contentiamoci di questa interpretazione.
    Pranzo sontuoso dicevo, ma con qualche défaillance linguistica del personale di servizio,
    subito rimediata da splendide "hostess" indonesiane con sorrisi a 48 denti.
    Nel pomeriggio, dopo il pranzo nel "castello fatato", libera opzione per rivisitare meglio il
    Centro della civiltà musulmana o, in alternativa, il centro commerciale "Marina Mall" il più
    lussuoso e completo centro di attività commerciali di tutto l'Emirato; scegliamo quest'ultimo.
    E' veramente imponente sia come costruzione sia come numero di attività che vi si svolgono. Si sviluppa su due livelli di superficie espositivo-commercial uno a piano terra ed uno in galleria. Incontriamo grandi hall che separano i vari settori commerciali , suddivisi generalmente a tema. Non mancano neppur qui fontane, giochi d'acqua e di luci; giardini esotici al coperto; il tutto bene armonizzato, pulito e gradevolissimo già al primo impatto visivo. Non mancano neppure i locali pubblici per il ristoro dei visitatori. Vi sono bar, ristoranti, gelaterie dove i numerosissimi frequentatori, arabi e di altre etnie, possono trovare validi momenti di relax. Si notano anche molte insegne italiane come "Piazza Roma"; "Pizza Italiana", perché anche da queste parti, nonostante le differenze climatiche e di costumi civili, i nostri connazionali, hanno portato i semi della loro intraprendenza ed il patrimonio della loro professionalità, con grande soddisfazione anche delle autorità locali a partire dall'Emiro.
    Non mancano neppure, e chi ne dubitava, le insegne di tutti i più prestigiosi marchi europei
    della moda. Fanno solo un po' senso i manichini femminili, tristemente abbigliati in nero,
    anche se arricchito di accessori con prezzi da capogiro.
    Lungo i percorsi, rigorosamente pedonali, di questa imponente "kermesse" commerciale,
    si snoda la fiumana variopinta del pubblico motivatissimo all'acquisto. Spiccano i costumi
    locali costituiti dai lunghi abiti bianchi per gli uomini e da abiti altrettanto lunghi, rigorosamente neri e blindati per le donne. I copricapi, come da tradizione inviolabile sono bianchi con il doppio fermaglio a cerchio nero per i maschi ed il velo nero chiamato chador che lascia scoperti solo gli occhi, per le femmine. A ben vedere, anche se dobbiamo sempre ricordare che siamo a casa loro, non si può far a meno di provare un po' di pena per queste sfortunate rappresentanti del gentil sesso che vedono mortificate le loro grazie
    dai lugubri abiti neri onnicoprenti. Ci saranno pure validi appigli religiosi per giustificare
    tanta mortificazione della bellezza femminile; ma, onestamente mi pare un po' troppo.
    Nel corso delle lunghe camminate per i vasti percorsi lungo i quali si snodano gli esercizi,
    stracolmi di ogni mercanzia, ho incrociato femmine di ogni taglia: molte, anzi moltissime il cui corpo matronale incedeva con fatica sotto il peso dei troppi chili ed altre dal corpo statuario e sinuoso, avvolte in palandrane che ne evidenziavano ogni più piccola rotondità, facendole apparire come splendidi fantasmi neri. Molte, anzi moltissime spingevano carrozzine con neonati di cui si capiva benissimo andavano orgogliose; ma era un orgoglio materno tarpato in partenza, dal momento che non erano riconoscibili, avvolte nei loro veli neri. S'incontrano spesso anche frotte di ragazzine e di ragazzi, rigorosamente separati in base al sesso. I ragazzi vestiti quasi come in Europa, con la sola distinzione di un piccolo "fez" bianco calcato in testa, mentre le ragazzine, poco più che adolescenti, erano già
    costrette ad indossare un velo colorato,coprente i capelli, con la sola concessione di poter mostrare il viso intero; ancora poco pero'. Fra non molto il loro volto verra' inesorabilmente celato dalla nera cortina che non potranno più abbandonare in pubblico, fino alla fine dei loro giorni.
    Ah, quasi dimenticavo: nel pubblici locali la permanenza delle donne e' consentita solo se accompagnate dal marito, o da altre donne, mai da sole. Ma scherziamo?
    C'è poi da considerare che una donna non può mai stare seduta da sola a bere un caffè o anche semplicemente un bicchier d'acqua; o e' accompagnata da un uomo: marito o padre o fratello che sia, oppure deve tirare dritto e può fermarsi solo nei negozi e può essere servita solo da altre donne, mai da commessi maschi.
    E per mangiare, magari un semplice salatino, o bere un caffè, deve sollevare il velo e farvi passare al di sotto la tazzina, il bicchiere, il boccone; qualsiasi cosa voglia portare alla bocca. Uno strazio solo a vedersi; figurarsi a subirlo!
    Ma a tanta rigorosa riservatezza non ci sono eccezioni? Certo che ci sono, ma riguardano solo le donne non islamiche, cioè indiane, indonesiane, filippine europee, persino coreane. Tutte le altre devono rispettare la legge islamica che peraltro non riguarda solo l'abbigliamento, come vedremo in seguito.
    La nostra guida, in mattinata, si era prodigato a spiegarci che, a fronte di tanto rigore sullo
    abbigliamento e sulla condizione femminile, la donna islamica gode di grande libertà allo
    interno della sua casa dove, tenta di farci credere, conta persino più del maschio. Mah, mi
    vengono parecchi dubbi in proposito. Dubbio rafforzato da una mia domanda secca, rimasta peraltro desolatamente senza risposta: "avete mai pensato di sottoporre a referendum solo femminile questi aspetti sociali " ? E ad un'altra precisa domanda: "ma
    per quale motivo alla donna in questo Paese non e' consentito guidare"? Ha risposto in modo assai vago e del tutto insoddisfacente. Prendiamone atto e tiriamo avanti.
    Dicevo e confermo che il Centro commerciale di Marina Mall e' quanto di più avanzato e
    completo si possa immaginare in questo settore. Infatti, non essendoci ad Abu Dhabi un
    vero "Suk", uno dei pittoreschi mercati arabi presenti in quasi tutti i paesi di fede islamica, era fin troppo logico che il Potere locale dovesse pensare ad un luogo dove i commerci si
    svolgessero in un luogo pensato per organizzare al meglio tali attività. E bisogna riconoscere che qui ci siano riusciti molto bene. Per avere un valido confronto bisogna
    ritornare al "Vivo City" di Singapore. Qui, per taluni aspetti, e' stato fatto anche di meglio.
    Non si può chiudere questa narrazione senza fare un sommario cenno alla organizzazione
    socio-politica di questa Federazione di sette Emirati più il confinante Sultanato dell'Oman:
    Prima della Federazione c'era il caos, o quasi. Ogni Emiro, dopo la scoperta del petrolio
    nel proprio sottosuolo, si e' trovato a dover "gestire" la straordinaria inaspettata ricchezza
    alla quale lui stesso non era preparato. Figurarsi i suoi sudditi, caprai analfabeti, organizzati in tribù in eterno conflitto fra loro all'interno dei propri confini e soprattutto con i confinanti. In altri termini un vero casino.
    Da mettere in conto anche le profonde differenze culturali che da sempre lacerano e rendono difficili e conflittuali i rapporti fra le Tribù e chi le comanda. Ci sono Emiri che hanno studiato in occidente; molti vi si sono pure laureti e vi hanno poi mandato a studiare pure i loro figli e quelli dei loro ministri o collaboratori. Altri invece hanno sempre rifiutato
    ogni apertura culturale verso ogni forma di progresso, mantenendo il proprio standard di
    vita il più vicino possibile al rigido dettato della loro tradizione religiosa, nella ferma convinzione che ogni forma di progresso sia dannosa all'uomo. Opinione rispettabilissima
    che pero' fa a cazzotti con due grosse contraddizioni. La prima riguarda il denaro. Infatti
    a questi profeti ed apostoli della negazione del progresso e dell'istruzione di massa, cominciando da Bin Laden di infausta memoria, non fa affatto schifo possederne in grande
    quantità allo scopo di combattere il "grande Satana dell'occidente". Ma non solo; altri Emiri
    e Sceicchi, più scaldati dal sole a picco sulle loro teste, furbi anche se ignoranti, hanno
    subito intuito che la grande ricchezza costituita dal petrolio era una ulteriore possibilità di rafforzare e consolidare il proprio potere sul loro territorio e sui propri sudditi, come in effetti e' accaduto. Quindi rigore, ma nella ricchezza; almeno quella personale.
    La seconda contraddizione che si aggancia inesorabilmente alla prima, riguarda l'istruzione e la condizione femminile: infatti molta istruzione danneggia il sovrano assoluto
    come insegnava Machiavelli. Il popolo deve star bene, potendo disporre di cibo e calore; di
    donne sottomesse pronte a sollazzare gli uomini che invece tutto possono. Una equazione
    sociale ben nota anche in occidente fino all'illuminismo. Poi da noi tutto e' cambiato, anche se faticosamente ed a prezzo di sanguinose rivolte popolari, mentre in oriente, specialmente nel "medio oriente" dove l'Islam legittima queste teorie, i cambiamenti sono
    assai più lenti e faticosi.
    Esiste pero' uno sparuto manipolo di governanti illuminati anche da queste parti, come stiamo verificando di persona. Infatti il grande merito della dinastia regnante ad Abu Dhabi
    e' di essersi proposta come "centro di mediazione" fra le diverse contrastanti tendenze e
    Dinastie confinanti, riuscendoci prodigiosamente, dopo aver vinto le resistenze più conservatrici dei cinque Emirati minori confinanti, cui per ragioni di affinità economico-culturali, si e' aggregato senza troppe resistenze il Sultano dell'Oman che era già di suo
    su avanzate posizioni progressiste. Insomma, se esiste la Federazione "United Emirates", il merito e' tutto dell'Emiro di Abu Dhabi che ha sudato sette palandrane per convincere i
    colleghi confinanti. Se non fosse stato così, questi territori sarebbero stati fagocitati dai
    più potenti paesi confinanti, Iraq o Iran, come il vicino Kuwait di cui tutti ricordano le vicende, peraltro abbastanza recenti.
    E' principalmente a motivo di questa non facile opera di mediazione che oggi esiste la
    Federazione degli Emirati Arabi Uniti, la cui capitale e' per l'appunto Abu Dhabi dove la
    ricchezza, ancorché prevalentemente nelle salde mani dell'Emiro e della sua famiglia, e'
    cominciata ad essere "spalmata" su tutta la popolazione, o quasi. Ed i risultati si notano
    tangibilmente, in positivo, sotto i nostri occhi.
    Un'ultima annotazione etnica: tutte le popolazioni della fascia meridionale della penisola
    Arabica derivano da un unico ceppo originario: quello Yemenita che, dopo essersi propagato in quest'area geografica nel corso dei secoli, si e' poi suddiviso in tribù e potentati, in continua competizione fra loro, formando poi gli staterelli chiamati "emirati".
    Da notare da ultimo e, senza alcuna intenzione polemica che anche l'Islam come già avvenne a suo tempo per il Cristianesimo, e' ben diverso dall'essere quel blocco granitico
    che ritiene l'immaginario collettivo occidentale. Anch'esso e' passato attraverso scismi e
    diaspore che lo hanno lacerato in miriadi di suddivisioni ideologiche, causando lotte fratricide e guerre sanguinose le cui conseguenze hanno lasciato profonda traccia nell'instabile mondo medio orientale e non solo. Insomma, niente di nuovo sotto il sole.
    E' giunto ora il momento di congedarci da Abu Dhabi; Costa deliziosa ci attende al porto
    per condurci nel confinante Emirato di Dubai, di cui tanto abbiamo sentito favoleggiare;
    vedremo. Ora ci godiamo un romantico tramonto sullo stretto di Ormund che, credete, e'
    un gran bel vedere e solletica molte fantasie.










    H. 8,00Arrivo in porto in orario. Porto poco movimentato. Base navale
    con navi obsolete. Vicino a noi una corvetta lanciamissili.
    Exc. Giro città, moschea di..... Meraviglia dell'arte islamica. Tutta bianca,
    Marm di Pietrasanta. Museo civico. Quartiere della civiltà Araba. Pranzo
    All'hotel "Emirates Palace hotel" 7 stelle, stupendo, maestoso, faraonico.
    Pomeriggio dedicato alla visita del villaggio della civiltà arabo-mussulmana.
    Visita del centro commerciale Marina Mall. Una città nella città.
    Interessanti notizie della guida italiana sulla storia degli Emirati, in particolare
    della famiglia regnante e dello sviluppo economico dovuto al petrolio ed
    all'idea di costituire la "federazione" fra i 7 emirati più il sultanato dell'Oman.
    Daniela
    dabi
    moderatore

  10. #420
    Moderatore L'avatar di dabi
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    Re: Il Giro del Mondo di Italo e Franca - 2012

    GIRAMONDISTI !!

    OGGI PER VOI UN MIO PERSONALE
    AUGURIO DI

    BUONA PASQUA!!

    E GRAZIE PER ESSERE QUI CON ME
    IN QUESTO BELLISSIMO VIAGGIO!!

    Daniela
    dabi
    moderatore

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